#iostocondavigo? Anche no, grazie

Visto il polverone sollevato, non potevo esimermi dalla lettura della già famosa intervista a Piercamillo Davigo. Porre l’attenzione unicamente sull’infelice uscita “Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto” mi pare un peccato, perché ci sono anche considerazioni e proposte molto valide. Ottima l’idea di aumentare la pena in caso di condanna in appello, ottima la critica sui magistrati che passano alla politica, o la frase “anche i magistrati sbagliano”. Se è corretto discutere sul basso numero di condanne penali e sul bisogno di nuove prigioni, viene però da pensare che la responsabilità sia in buona parte della stessa magistratura che lavora poco, senza criteri di merito, senza sufficienti competenze negli aspetti più tecnici (purtroppo me ne accorgo sul mio lavoro, laddove il diritto bancario viene talvolta interpretato in chiave piuttosto arbitraria).

Se abbiamo a cuore questo Paese, dobbiamo trovare il modo di riformare la magistratura senza alzare l’ennesimo scontro tra poteri. Per tante ragioni, economiche pure, dato che competere in un ambiente in cui non v’è certezza del diritto scoraggia le imprese o le sottopone a pesi eccessivi (come non essere pagati dai fornitori).

Fatte delle doverose premesse, mi ritrovo anch’io a stigmatizzare la frase succitata. Non perché non ci sia un fondo di verità: di corruzione ne esiste ancora parecchia; quanto perché è molto pericoloso che un’alta carica ceda, semplificando il messaggio, alle frange dell’antipolitica. Basta un rapido giro sui social per capire che, nonostante i chiarimenti pervenuti in serata (“Non ho mai pensato che tutti i politici rubino, anche perché ho più volte precisato che se così fosse non avrebbe senso fare processi che servono proprio a distinguere”) sono soprattutto i simpatizzanti M5S a plaudere alle affermazioni di Davigo. Con le semplificazioni del caso, una diffusa anche in altri ambiti: “se non sei un delinquente, non dovrebbero darti fastidio le dichiarazioni di Davigo”. Si ricicla ahimè anche per la privacy “se non hai nulla da nascondere…”, col rischio di giustificare gli stati spioni.

La triste verità nascosta in queste affermazioni è che nel nostro Paese è più facile tifare per il giustizialismo che fare politica in prima persona. Non fare politica “perché è sporca” produce la profezia che si autoavvera. Per fortuna un comico ha trovato la soluzione: non fate politica nei partiti, non impegnatevi sul territorio, non studiate una materia tecnica per anni, entrate nel mio Movimento, caricate un video e fatevi televotare. Negli anni capiremo quanto funzioni, purtroppo pare che qualcuno sia stato beccato a rubare comunque.

A me terrorizza la possibilità di dare vita a uno Stato di polizia come vorrebbe il Movimento, con l’algoritmo dal nome in codice “Supercazzola” che incrocia tutti i dati delle anagrafi tributarie mondiali, con un’opinione pubblica in mano a fonti di disinformazione e con il sostegno della Magistratura che ricomincia la sua battaglia destabilizzante. Un enorme potere in mano a un gruppo impreparato a gestirlo significa solo una cosa, che qualcun altro lo gestirà al posto loro: una dittatura invisibile, in buona sostanza.

Temo che pochi conoscano le origini liberali del garantismo, o le più antiche fondamentali risoluzioni come l’habeas corpus che ha avuto il merito di difendere l’individuo dai potenti (re o signorotti locali). Vale sottolineare che il garantismo tutela soprattutto gli innocenti. Perché il discorso “non mi riguarda, io non rubo” viene contraddetto dalla storia: in epoca staliniana ogni cittadino sovietico perfettamente innocente poteva sparire in un Gulag, con prove costruite ad arte e confessioni estorte con la violenza. Il terrore è la forma di potere arbitraria per eccellenza, perché dimostra in tal modo di non avere limiti (un consiglio: rileggersi anche Hannah Arendt).

Ora, mi immagino già le risposte piccate dei giustizialisti nostrani: “non c’è dittatura qui, la magistratura è separata dal Governo”. A me interessa il pericoloso disegno: accuso un innocente che mi dà fastidio (un liberale da strapazzo, per esempio), ne faccio un processo mediatico (Vespa è sempre pronto e carico), sui social si alzano gli indignati (come per Doina che deve marcire in galera), si distrugge una vita che, probabilmente, abbandonerà per sempre la politica, anche a sentenza di assoluzione con formula piena avvenuta. Da liberale mi piace tutelare il dissenso, anche contro di me. Ognuno ha i suoi vizi.

Magari in un governo M5S si arriverà a ripensare la divisione dei poteri o, peggio, si proporrà una magistratura popolare (Beppe Grillo ha proposto un incubo sul proprio blog, i processi in Rete).

Comunque ringrazio Davigo per aver sollevato un tema molto importante. La corruzione c’è soprattutto perché lo Stato si occupa troppo di economia e gestisce un volume eccessivo di denaro, non è facile controllare spese per svariati miliardi di euro all’anno (un centinaio solo per la sanità). La soluzione migliore, se non si vuole accettare la costituzione di uno stato di polizia, la conosciamo già, ed è piuttosto semplice: privatizzare il più possibile. Se si ritiene che in alcuni settori il fallimento di mercato sia più probabile, dovremmo almeno avere il coraggio di impostare una gestione della PA più improntata a criteri manageriali e meritocratici. Per quanto riguarda gli acquisti della PA, la privatizzazione della centrale d’acquisti è una scelta semplice ed estremamente efficace: si fissano obiettivi annuali di risparmio e qualità degli acquisti ed è chiaro che al primo caso di corruzione l’azienda che si aggiudica l’appalto lo perde al volo.

Soluzioni ragionate, tecniche, che non riempiono i social – ma per fortuna ho comunque una vita soddisfacente anche senza retweet.

 

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