It’s (quasi) over, baby

Game over, adios, #ciaone (ok, questa era cattiva).

O meglio, quasi. Hillary Clinton ottiene una vittoria pesante e convincente nello Stato di New York, che l’ha eletta senatrice per due volte, contro un Sanders che, malgrado un rincorsone mica male, non è riuscito ad andare oltre il 42,3% contro il 57,7% di miss Spezzo-Le-Gambine-A-Putin-Se-Vengo-Eletta (cosa che da sola dovrebbe bastare a qualunque elettore).

Onore al vinto, comunque: Bernie è riuscito ad accorciare di parecchio le distanze, sia su scala nazionale sia negli Stati che sono di fatto feudi dell’ex-First Lady. Attenzione, però: la rimonta è fisiologica. Fino all’estate scorsa Sanders era conosciuto molto poco a livello nazionale, mentre Hillary era (ed è) rispettata e temuta da Washington a Pechino. Quando ha cominciato ad ottenere visibilità, il vecchierel canuto e bianco del Vermont ha trascinato con se molti elettori della sinistra del partito che prima appoggiavano la Clinton per oggettiva mancanza di alternative (scusa, O’Malley, ma sei una macchietta).

Non che adesso le cose siano semplicissime per Hillary, anzi: Sanders probabilmente riuscirà a chiudere ancora di più la forbice, avvicinandosi in modo preoccupante all’ex Segretario di Stato. Ma i democratici non hanno Stati in cui vale la regola del Winner-Takes-All (il vincitore si becca tutti i delegati), quindi a Hillary basta mantenere un semplice vantaggio, anche minimo, per assicurarsi la vittoria alla convention, contando che i Superdelegates (i legislatori democratici eletti ai vari livelli di governo, con diritto di voto alla convention) sono schierati in massa con lei.

In campo repubblicano (che sembra un campo da battaglia, o meglio un ospedale da campo, pieno di desolazione e sofferenza), vince, stravince e ultraconvince Trump.

Famosene una ragione, questo qui non si ferma mica. Non domani, ne dopodomani, ne il 7 giugno quando si vota in California e ci sono in palio centinaia di delegati.

L’unico e solo modo di batterlo (in linea teorica non è esattamente la nostra battaglia, ma il fatto che un palazzinaro ignorante e villano potrebbe avere il dito sul pulsante di lancio di migliaia di testate nucleari la fa diventare tale) è che i dem si schierino compatti e battaglieri dietro al vincitore, foss’anche Bernie.

Sono iscritto al PD da appena un anno e ho già visto così tante battaglie campali post-primarie a suon di ricorsi, sputi e insulti da farmi sentire come un veterano di guerra in questo campo.

I dem americani ebbero problemi simili nel 1968, quando Eugene McCarthy, un Sanders di altri tempi, non partecipò attivamente alla campagna elettorale di Hubert Humprey, uscito vincitore dalle primarie. Risultato? 20 anni sui successivi 24 di presidenze repubblicane.

Ci sarà lo strappo? Se si, il vincitore saprà ricucirlo e vincere contro Trump a novembre?

E che ne so io?

Però so che quella generazione di americani rimasta affascinata dal buon Bernie ci deve provare ad andare oltre i muri di “eh, ma il mailgate”, “eh, ma Wall Street” “eh, ma la Lewinski” (si, screditano Hillary pure perché il marito l’ha tradita).

In questi giorni tra i sostenitori di Sanders è molto popolare in rete un hashtag piuttosto inquetante: #Bernieorbust, l’equivalente di #Bernieomorte (traduzione un po’ tranchant, ma rende l’idea. Mi piace l’idea di esportarlo, tipo #Fassinaorbust). Il solo fatto che stia prendendo piede un’idea così stupida e suicida come lasciare il mondo alle prese con The Donald nel caso il tuo candidato non vinca le primarie lascia esterrefatti. Oddio, voto loro scelta loro. Ma se succede il disastro, non voglio sentire tra qualche anno nessun “Eh, ma se Sanders avesse vinto…”. Sennò m’arrabbio.

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