Non, je ne suis pas pakistanais.

(Photo Reuters)

Nella settimanale lista delle “Cose irritanti reperibili su internet” le motivazioni sofiste e a-scientifiche dei comitati proponitori del referendum del 17 Aprile si guadagnano senza dubbio la prima posizione. Argomentazioni, per altro abilmente sbertucciate da Alessio in questo articolo.

La secondo piazza, invece, va a tutto quel filone di pensiero riassumibile con le seguenti quattro parole: “E allora il Pakistan?”

Dopo gli attentati che a Pasqua hanno insanguinato la città di Lahore, mietendo circa settanta vittime, l’internauta/polemista medio non ha perso tempo nel prodigarsi nella consueta critica alla nostra civiltà, rea di interessarsi poco di quel che succedeva nel paese asiatico. Questo era il risultato di una società che nel migliore dei casi è indifferente a tutto ciò che accade al di fuori di essa; è palesemente islamofobica nel peggiore.

Buona parte delle critiche verteva intorno al fatto che lo spazio mediatico concesso agli attentati di Bruxelles, era di gran lunga superiore a quelli pakistani. I più arguti critici, facevano addirittura notare come i media nostrani si erano prodigati a specificare la fede delle vittime di Lahore, operazione non svolta ad esempio con gli attentati in Iraq del 25 marzo.

Il dubbio che cotanta attenzione verso gli attacchi di Bruxelles possa essere spiegata dal fatto che in Europa gli attentati suicidi non sono poi un evento (ancora) così comune, non sfiora proprio il popolo della rete? O che in un paese a prevalenza islamico, se a venire maggiormente colpita è una minoranza cristiana, è possibile che questo possa destare il legittimo interesse dei giornalisti e dell’opinione pubblica?

Per non parlare poi delle sterili polemiche sul perché in Italia si pianga più per i Belgi che per i Pakistani. Non siamo alla fine tutti umani? Certamente.

Ma è in questi momenti che gli enormi sforzi e compromessi fatti negli ultimi decenni per creare un’identità europea mostrano finalmente i propri frutti. Perché si, per i Pakistani provo umanamente dolore, e mi spiace eccome per la loro tragedia. Ma per i belgi provo qualcosa in più. Sento la loro disgrazia più vicina a me, mi causa un disagio che mi spinge a scendere in piazza per commemorarli e a chiedere ai miei governanti che illuminino ogni monumento di nero giallo rosso. E considero questi sentimenti naturali. No, non mi vergogno di ciò.

Quello che trovo invece inusuale e fuori luogo è il senso di colpa, per vivere in occidente, che sembra attanagliare diversi cittadini, politici e opinionisti. I quali, sono certamente i primi a scagliarsi contro il nostro menefreghismo quando la gente muore in Pakistan, ma mai li ho sentiti proferire parola, quando, ad esempio, i morti per terrorismo erano Israeliani.

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