L’ora di collaborare, per davvero

Le reazioni ai drammatici attentati di questa mattina a Bruxelles seguiranno la solita strada dei loro predecessori in Francia: Facebook si riempirà di post preconfezionati che esprimono disperazione e compariranno le consuete bandiere sulle foto profilo. Dopo un paio di giorni il giusto cordoglio lascerà spazio all’indignazione, indignazione che verrà sfruttata in modo più o meno populista da molti leader politici del continente. Arriveranno poi da parte dei governi le solite misure di sicurezza postume ed improvvisate, disposte da ciascun Paese come preferisce, giusto per dare l’impressione di essere vigili contro la minaccia terroristica.
Quello che purtroppo non segue mai questi tragici eventi è una riflessione su ciò che si potrebbe fare a livello comunitario per prevenire questi attacchi.

Una strategia comune europea rimane tuttavia l’unica strada per affrontare in modo efficace un simile fenomeno. Certo, ogni stato può blindare i proprio obiettivi sensibili o decidere di chiudere le proprie frontiere, ma se la prima delle due scelte è solo insufficiente, la seconda è perfino dannosa. Ciò di cui abbiamo bisogno non sono 28 compartimenti stagni che agiscono ciascuno per conto proprio contro una minaccia comune, ciò di cui abbiamo bisogno è un unico sistema condiviso di contrasto al terrorismo. Ed ogni strategia efficace di contrasto al terrorismo passa necessariamente attraverso lo scambio di informazioni. Se i potenziali terroristi, le loro armi e i loro complici si spostano liberamente attraverso tutto il continente lo stesso deve succedere per le informazioni raccolte dalla polizia e per i rapporti di intelligente.

Per renderlo realtà non bisognerebbe neppure creare nuovi organi comunitari o procedure normative. Gli strumenti giuridici infatti esistono già: le istituzioni comunitarie hanno la competenza a deliberare in materia di indagini, di raccolta, analisi e scambio di informazioni pertinenti e di cooperazione contro il terrorismo (artt. 87 e 88, TFUE). Europol è un ente che è stato creato appositamente per lo scambio di informazioni e la cooperazione investigativa e si è sempre contraddistinto per essere un canale sicuro ed efficace di trasferimento di dati. Una rete non può però condividere informazioni che non le vengono fornite ed è proprio questo il problema principale: nonostante l’esistenza di efficienti infrastrutture per la trasmissione dei dati e dei rapporti di intelligence continua a mancare la volontà politica di condividerli. I servizi segreti e le agenzie governative dei vari Stati membri restano ancora estremamente gelosi delle informazioni raccolte e sono già assai restii a condividerle con i colleghi nazionali, figuriamoci con quelli di altri Paesi.

Permane purtroppo in tutto il continente un assurdo approccio statocentrico, nonostante i principi di solidarietà e disponibilità delle informazioni siano chiaramente enunciati nei trattati europei. L’idea egoista del tenere per sé le notizie che vengono raccolte ha tutt’ora la meglio sull’ormai palese necessità della condivisione di dati fondamentali per contrastare minacce che sono comuni. Tutto ciò viene pretestuosamente giustificato con la convinzione che la potestà in materia penale e di intelligence sia tra le manifestazioni più importanti della sovranità statale e pertanto una sua riduzione rappresenterebbe una violazione inaccettabile della sovranità statale. Ma non può e non deve esistere un dualismo manicheo fra sovranità e sicurezza dove l’insistere sull’importanza della prima rende sempre più fragile la seconda. E senza cooperazione non ci sarà mai sicurezza.

How many deaths will it take till he knows that too many people have died ?” si chiedeva Bob Dylan nella splendida Blowing in The Wind. Quante persone devono ancora morire, ci chiediamo invece noi, prima che la classe politica europea si renda conto che è giunto il momento di una vera collaborazione di intelligence a livello comunitario?

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2 pensieri su “L’ora di collaborare, per davvero

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