Quel sogno proibito chiamato Kurdistan

Tra le tante guerre che vengono combattute in Medio Oriente, tra fondamentalismi religiosi e freddi calcoli geopolitici, ce n’è una che viene combattuta in nome della libertà. Si tratta della guerra dei curdi per realizzare un sogno vecchio di secoli, ma che gli è stato sempre negato. Un sogno proibito, ma per il quale hanno versato sudore, lacrime e sangue.
Il sogno di un Kurdistan libero.

Il popolo curdo, che ora conta oltre 30 milioni di persone divise tra Turchia Siria ed Iran, non ha mai conosciuto l’indipendenza. Per loro il principio dell’autodeterminazione dei popoli sancito da Wilson non si è mai realizzato: separati dai confini disegnati a tavolino dalle potenze coloniali si sono sempre trovati ad essere minoranze, spesso perseguitate. In Turchia il nazionalismo dei Giovani Turchi spazzò via il mondo multietnico ottomano. Nel nuovo modello di Ataturk non c’era posto per etnie diverse da quella turca, armeni e curdi se ne resero conto ben presto. I curdi che non fuggirono in Siria si rifugiarono nelle montagne del sud, quelle stesse montagne dove ora opera il PKK. Formazione politica di estrema sinistra basata su una concezione libertaria del comunismo, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) è però anche un’organizzazione paramilitare dedita ad attacchi di tipo terroristico contro Ankara.

In Siria i discendenti dei curdi scappati dalla Turchia hanno subito decenni di oppressione da parte del regime degli Assad. Lo scoppio della guerra civile ha però significato per loro una straordinaria opportunità: con l’indebolimento del potere centrale potevano finalmente raggiungere quell’autonomia de facto che avevano sempre sognato. Così è nato il Rojava curdo, un’oasi di democrazia nel deserto della guerra. Proprio perchè rappresenta uno straordinario esperimento di democrazia egualitaria il Rojava è anche uno dei principali bersagli del Califfato. L’eroismo mostrato nella difesa di Kobane ha reso ben presto le unità combattenti curde YPG tra i più efficaci boots on the ground per la coalizione internazionale, ma restano scarsamente addestrati ed equipaggiati, oltre che interessati fondamentalmente solo a difendere la loro indipendenza.

Se l’indipendenza è il sogno che unisce tutti i curdi, tuttavia molti sono i fattori di divisione che rendono ardua la nascita di una comunità politica unita. In primo luogo è evidente una differenza fra l’impostazione democratico-socialista dell’esperienza del Rojava e la tradizione ben più autoritaria del clan Barzani in Iraq, dove il potere viene trasmesso all’interno della dinastia e le richieste di democratizzazione restano spesso inascoltate. Inoltre i curdi iracheni hanno forti legami con l’Iran, durante la guerra del 1980-1989 si schierarono infatti con la Repubblica Islamica, una scelta che pagarono duramente subendo la terribile repressione di Saddam Hussein. Teheran però sostiene Assad, nemico giurato della popolazione del Rojava. A ciò si aggiungono i legami di Erbil con la Turchia, importante acquirente del petrolio curdo dell’Iraq, ma avversario del PKK. Infine non va dimenticato che molto spesso diverse fazioni del popolo curdo si sono ritrovate a combattere ferocemente fra di loro in conflitti locali tra tribù e clan o su scala più ampia per le differenti visioni politiche o religiose.

Non è solo la grande frammentazione interna a rappresentare un ostacolo alla creazione di uno stato curdo. Un Kurdistan indipendente infatti sottrarrebbe larghe fette di territorio ai principali stati dell’area. In particolare le regioni curde dell’Iraq sono assai ricche di petrolio e nessun governo a Baghdad accetterebbe mai di perdere delle risorse strategiche. In Turchia invece la narrazione politica neo-ottomana di Erdogan necessita del nemico curdo per poter sopravvivere. Solo con la costante minaccia di un conflitto con i curdi, siano essi il PKK o l’HDP, il presidente turco può portare avanti le sue riforme liberticide senza rischiare di scatenare una sollevazione popolare. La nascita di uno stato crudo è impossibile anche per la geopolitica del Medio Oriente, una terra di equilibri troppo fragili per poter reggere ad una trasformazione dei confini o all’emergere di un nuovo attore.

Se il sogno di un Kurdistan libero appare irrealizzabile questo non vuol dire che tutte le speranze del popolo curdi sono destinate ad essere infrante. Vi sono infatti margini, almeno in Iraq e Siria, per la concessione di una discreta autonomia, soprattutto se si considera il ruolo svolto dalle milizie curde contro lo Stato islamico. E i curdi, che sono sognatori ma anche realisti, sapranno accantonare il sogno di indipendenza in cambio di una realtà di autonomia.

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