Democracia sudamericana

“Ma in Venezuela c’è la democrazia, lo giuro”, “Lo scandalo Petrobras è una montatura dei poteri forti della finanza internazionale” “Nestor Kirchner era un eroe anticapitalista, un secondo Peron”

Io, personalmente, queste frasi le ho sentite tutte. A onor del vero, ho anche letto su Facebook deliranti post che sostenevano che il tenore di vita nordcoreano sia migliore del nostro grazie al “socialismo reale”. Ma tralasciando quest’ultimo sproloquio totalmente folle, è innegabile che una buona fetta della sinistra nostrana guardi alla cosiddetta “marea rosa” – l’insieme dei governi populisti e statalisti dell’America latina – come uno sfavillante modello di equità, giustizia sociale e anticapitalismo (ricordate, qualunque cosa di brutto accada, dai bambini che piangono ai meteoriti che cadono, è colpa del neoliberismo).

Negli ultimi anni si è avuta una santificazione vera e propria di figure dubbie – Kirchner, Lula, Morales – se non criminali, come Chavez (e il suo compagno di merende nonché allievo dittatore Maduro), elogiando un modello economico che potremmo paragonare all’ecstasy: la prendi, ti diverti per due ore e poi, beh, muori.

Iperinflazione, debito pubblico stellare, economie che si basano per intero su un singolo settore strategico, sussidi a pioggia, infrastrutture al collasso; simpatici esempi di un suicidio economico spacciato per salvezza dal brutto mostro Neoliberismaug e dai suoi servi massoni.

Il disastro delle prestazioni economiche della marea rosa è reso più che evidenti dalle situazioni grottesche in cui versano attualmente Brasile e Venezuela (quando il petrolio comincia a costare come tonno e tu per decenni hai alimentato un welfare titanico grazie al fatto che costava come caviale, sono dolori).

Per quanto concerne il dibattito pubblico italiano, non è comunque un problema se sostieni invece che sia un modello efficace. Voglio dire, è democrazia: l’economia non è ancora giunta al livello di scienza esatta e di conseguenza puoi sostenere la posizione che più ti piace.

Il problema, bello grosso, arriva quando ti rendi conto che elogiando i vari lider, i vari Rousseff, Morales, Kirchner, stai elogiando personaggi profondamente illiberali e antidemocratici (per non dire corrotti fino al midollo, ma a quello siamo anche abituati).

Innanzitutto, c’è una curiosa abitudine politica in Sudamerica: modificare la costituzione per poter essere rieletto all’infinito, senza limiti al mandato (perché si sa, dieci anni di potere incontrastato con un Parlamento fantoccio sono pochi per fare quello che vuoi). Riflettendoci, se in una nazione europea dovesse accadere una cosa simile, o se dovesse venire semplicemente proposta, si scatenerebbe un putiferio di proteste. Stiamo parlando di un serio attentato alla democrazia, di un espediente particolarmente amato dai dittatori ex-sovietici (che non brillano in quanto a concessione di libertà democratiche). In Polonia il PiS, partito conservatore al governo, sta apportando pesanti modifiche all’ordinamento statale per acquisire un potere svincolato dal giudizio di ogni opposizione o potere indipendente; questo sta scatenando un’ondata di proteste da tutta Europa, guidate dal Sommo Guy Verhofstadt (che ha tutte le ragioni per essere terribilmente spaventato). Ma al confronto delle riforme dei lider sudamericani, che considerano le Costituzioni dei loro Paesi alla stregua di carta igienica, quelle del PiS sembrano ordinaria amministrazione (e i cari polacchi stanno mettendo magistratura e mass media sotto il controllo del governo, tanto per farvi capire).

Gli attacchi violenti all’opposizione, accusata di essere serva della finanza internazionale e spia statunitense, sono quotidiani e mostrano un completo disprezzo per il processo democratico, considerato un inutile fastidio.

Inoltre, la corruzione regna sovrana nei sontuosi palazzi presidenziali dell’America latina: i coniugi Kirchner, per esempio, hanno decuplicato (!) la loro fortuna personale in dieci anni di avvicendamento al potere; il Partito dei Lavoratori, al governo dal 2003 in Brasile con Lula prima e Rousseff poi ha intascato qualcosa come due miliardi e mezzo (!) di dollari di tangenti, per coprire il malaffare nella concessione di appalti da parte della società petrolifera statale, Petrobras; è risaputo che Chavez abbia legami con le FARC (guerriglia comunista colombiana) e le aiuti nella loro attività di traffico di droga.

Questi sono solo alcuni esempi, e neanche i più nauseanti, di come questi dittatori pseudo-democratici abbiano stretto il Sudamerica in una morsa, creando un cartello i cui membri si supportano a vicenda, commettendo infami nefandezze.

Ma c’è speranza (la frase sembra banale, ma gli attivisti antichavisti in carcere in Venezuela non hanno altro che quello): in dicembre Mauricio Macri, liberale, ha vinto a sorpresa le elezioni presidenziali argentine contro il candidato kirchneriano, e in Venezuela il governo chavista è stato travolto dall’opposizione alle elezioni parlamentari.

Se questi movimenti di vera democrazia – non di democrazia farlocca, con un consenso costruito a suon di sussidi statali – prevarranno, forse assisteremo a un insperato ritorno di Madama Libertà laddove mancava da tempo.

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