Draghi, l’eroe solitario

Forse un giorno questa crisi finirà. Forse un giorno torneremo davvero a crescere in modo sostenuto. Forse un giorno la deflazione sarà solo un lontano ricordo. Forse un giorno potremo raccontare di come l’Europa si trovò in balia della tempesta finanziaria e di come un uomo riuscì a salvarla e riportarla sulla rotta della ripresa. Quest’uomo è Mario Draghi, un eroe che però non ha potuto contare sull’aiuto dei capi di governo europei, che lo hanno sempre lasciato solo davanti al pericolo.

 

Dal famoso “whatever it takes” del luglio 2012 alla decisione di aumentare il quantitative easing annunciata settimana scorsa il governatore della BCE ha davvero fatto tutto il possibile all’interno del suo mandato per combattere la crisi economica dell’Eurozona. Instancabilmente Mario Draghi ha perseguito una manovra di forte espansione monetaria, abbassando i tassi ben oltre le aspettative e lanciando massicce manovre di rifinanziamento bancario. Senza esitare di fronte alle critiche espresse da alcuni stati membri, Germania in primis, la BCE ha messo in campo tutte le armi di cui disponeva per rendere i debiti sostenibili, stimolare l’economia reale e creare disperatamente inflazione.

Se i risultati ottenuti sono stati scarsi e le prospettive di crescita sono state riviste al ribasso per l’ennesima volta i responsabili non vanno cercati a Francoforte, ma nelle capitali europee. La BCE ha fatto il possibile, mentre i vari governi europei hanno preferito restare fermi, crogiolandosi nella (sciocca) speranza che le politiche monetarie centrali risolvessero per loro tutti i problemi. Anziché accompagnare gli sforzi di Draghi con le misure necessarie hanno preferito navigare a vista, nel migliore dei casi, o non fare assolutamente nulla. Da stimolo per la ripresa economica e l’inflazione il QE si è purtroppo trasformato in stimolo all’inazione per gli esecutivi del vecchio continente, che hanno continuato a rimandare investimenti, riforme strutturali ed espansione fiscale.

Salvo qualche rara eccezione le politiche fiscali restano infatti ancora moderatamente espansive, vittime di quell’austerity che si è resa necessaria negli anni più bui, ma che ora rischia di essere la zavorra della possibile crescita europea. Tenere i conti in ordine e rispettare le regole comuni è sicuramente importante (e non sono in molti a farlo), ma se le tasse non diminuiscono sensibilmente la ripresa resterà un lontano miraggio. Anche gli investimenti pubblici continuano a mancare. In un panorama dove l’iniziativa privata langue si rendono necessari pesanti interventi pubblici per stimolare la domanda, ma i pochi governi che se li potrebbero permettere appaiono più interessati a mantenere o aumentare il surplus di bilancio.

Il vero nodo ancora da sciogliere è però quello delle riforme strutturali. Ciò che opprime realmente l’Europa e le impedisce di spiccare il volo come hanno invece fatto gli USA sono la mancanza di competitività e l’assenza di una governance efficace. Molti leader politici non hanno il coraggio di affrontare i rischi che gli ambiziosi ma necessari programmi di riforme inevitabilmente controllano. Con un debito divenuto sostenibile grazie alle misure della BCE hanno avuto una scusa per evitare i sacrosanti tagli alla spesa pubblica e rendere il sistema statale più snello ed efficiente, il tutto pur di non perdere voti. Neppure in Italia, il Paese che indubbiamente ha intrapreso il percorso riformista più importante, si è fatto ancora abbastanza.

Per quanto Draghi sia indubbiamente un eroe non è onnipotente e lasciarlo da solo a combattere questa guerra è il modo migliore per perderla.

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