Libia: agire, non invadere

Libia, Libia, Libia.

Negli ultimi giorni non si è parlato d’altro, tra chi invoca stupidamente una nuova spedizione coloniale in perfetto stile 1911 e chi invece ha preferito nascondersi dietro la bandiera pacifista, cullandosi nella falsa convinzione che si possa ignorare un problema così grande e così vicino solo per la paura di ritorsioni.

La tragica morte dei due ostaggi e le dichiarazioni, quantomai azzardate, dell’ambasciatore USA Philips hanno improvvisamente richiamato l’interesse su una zona che in realtà è da tempo sull’orlo del collasso. Nella galassia di milizie, tribù e formazioni politiche libiche l’ISIS sta emergendo con prepotenza come l’entità statuale più efficace sul territorio, attirando sempre più proseliti, sopratutto dalla vicina Tunisia. Data la vicinanza geografica e l’entità degli interessi economici e geopolitici italiani in Libia risulta evidente la necessità di un’azione tempestiva dell’Italia per riportare la situazione sotto controllo. Attendere la creazione di un governo libico di unità nazionale per poi offrirgli supporto militare richiede tempo, tempo che non abbiamo.

Tuttavia optare per un intervento militare diretto come quello auspicato da Washington o da Parigi vorrebbe dire imboccare la strada sbagliata. Sbagliata innanzitutto dal punto di vista legale: qualunque azione priva del via libera delle Nazioni Unite e realizzata senza il consenso dello stato libico sarebbe contraria al diritto internazionale, costituendo un grave precedente nelle nostre relazioni diplomatiche con i Paesi del Maghreb. Palazzo Chigi ha ribadito, giustamente, che non intraprenderà alcuna azione se non in un contesto di piena legalità internazionale. Tuttavia anche con l’approvazione dei due governi, quello di Tripoli e quello di Tobruk (entrambi ben poco legittimi), un’operazione di tale entità presenterebbe comunque problemi di ordine legale.

Il vero motivo per cui un’invasione della Libia va assolutamente vietata è però un altro. L’Italia, pur essendo stata partner del deposto Gheddafi, è riuscita anche negli anni successivi a costituire un punto di riferimento per la popolazione grazie a quello che spesso è stato il veicolo più efficace della politica estera italiana, cioè l’ENI. L’Ente Nazionale Idrocarburi svolge infatti attività fondamentali per la tenuta politica della Libia: è l’ENI a rifornire di valuta la Banca Centrale Libica ed è sempre l’ENI che rifornisce i libici di energia, permettendogli di avere la corrente in casa. In parole povere l’azienda italiana fa quello che in Libia nessun altro è in grado o ha voglia di fare: mandare avanti il Paese. Prendere parte ad un intervento militare su larga scala, cioè un’invasione de facto, farebbe perdere di colpo all’Italia tutta la fiducia e la credibilità faticosamente ricostruite nel post Gheddafi. In un attimo non saremmo più quelli che aiutano la popolazione, ma i nemici invasori. Probabilmente otterremo il risultato di unire la Libia, ma contro di noi, creando un contesto in cui anche dopo la fine delle operazioni militari sarebbe impossibile operare.

Se la strada dell’invasione è indubbiamente quella sbagliata, rimane però la necessità di un’azione. Evitare interventi militari massicci non vuol dire astenersi da qualunque tipo di operazione. L’Italia possiede infatti delle discrete forze speciali che possono essere impiegate non su scala nazionale bensì locale. Una volta individuate le fazioni e milizie su cui poter fare affidamento in ogni area le si dovrebbe supportare con piccolo gruppi di unità speciali, in particolare dove vi sono obiettivi particolarmente sensibili per l’Italia. In questo modo, lasciando gli onori della prima linea ai libici (ma addossandosi buona parte degli oneri dalla seconda), gli si darebbe un aiuto militare fondamentale, ma senza creare quel clima di orgoglio ferito che tutti i militari detestano. Un approccio del genere inoltre non richiederebbe, grazie ad un recente decreto, un rischioso e inutile passaggio parlamentare. Bisogna continuare anche sulla strada dei bombardamenti mirati NATO, come a Derna e Sabratha, senza però farsi prendere la mano, perché un passaggio a quelli a tappeto è un rischio che non ci possiamo permettere data l’estrema frammentazione dello scenario libico.

Un’altra iniziativa importante sarebbe quella di inviare una rappresentanza diplomatica presso il governo di Tripoli. In Tripolitania si concentrano infatti gli interessi italiani eppure, seguendo la scelta della comunità internazionale, anche l’Italia ha riconosciuto come legittimo solo il Parlamento di Tobruk, eletto dal 18% della popolazione. Riallacciare dei rapporti con Tripoli sarebbe fondamentale non solo per difendere meglio i nostri interessi, ma anche per cominciare quel dialogo fra le parti indispensabile per una futura pacificazione del Paese. Occorre però tenere presente che la dimensione di base della società libica è quella tribale, non statale, e quindi vanno coinvolti tutti gli interlocutori locali che possono risultare utili in chiave anti-ISIS prima e nella stabilizzazione del territorio poi. Pensare di ragionare in termini di unità nazionale in un Paese che nazione non è mai stato ha ben poco senso.

Tra l’inazione e l’invasione c’è un margine di possibilità, stretto come il mare fra l’Italia e la Libia, ma sufficientemente ampio per permettere all’Italia di dare un contributo importante alla guerra contro lo Stato Islamico ed alla stabilizzazione della costa Sud del Mediterraneo senza assurde ambizioni neo-coloniali, ma tenendo presenti i nostri interessi.

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Un pensiero su “Libia: agire, non invadere

  1. Cnoscere un po’ più a fondo la storia sociale della Libia o meglio del “territorio libico” è quello che ho cercato di fare per l’importanza strategica di questo Paese, oggi e sempre. In “Gita in Libia” su formertime.wordpress.com ho parlato soprattutto dell’importanza che ebbe in particolare in Cirenaica la confraternita della Senussia, umiliata e sterminata proprio dall’Italia, monasteri compresi. Forse non basta oggi il ruolo del gigante italiano Eni per promuovere l’Italia a livello di Paese amico e di cui fidarsi.

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