Io, Europeista che non si dispera all’idea di una Brexit

Il Regno Unito ha sempre avuto solidi legami con la terraferma europea che sotto di esso giace: l’Inghilterra stessa è stata regnata nel corso della sua cavalcata nei secoli da Re che provenivano dalla Normandia, dall’Olanda, e persino dalla Germania, è stata la maggiore delle potenze mondiali dai tempi di Elisabetta I nel XVI° secolo fino alla disgregazione del suo impero coloniale nel XX° secolo. L’obiettivo principale del lato “europeo” della sua politica estera è stato quello di mantenere un bilanciamento relativo fra le potenze del Vecchio Continente in modo tale da salvaguardare efficacemente i propri interessi coloniali, e non si è fatta scrupoli ad allearsi con diverse potenze europee per portare avanti questo suo fine. Infine, è stata la potenza che reagiva e resisteva da sola, dopo il knock-out della Francia, contro la minaccia nazifascista negli anni ’40 del ‘900, e che poi è stata una delle potenze fondatrici delle Nazioni Unite. Insomma, un grande paese con una grande storia ed un grande popolo.

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“Non si muove…” “Continua a spingere!

Un’unica pecca da segnalare, però: attacchi ossessivo-compulsivi anti Unione Europea. Ultimamente, infatti, Londra (ed i suoi abitanti) hanno sempre qualcosa da criticare della nemica Unione Europea: prima la sua eccessiva burocrazia, poi la cosiddetta parvenza non democratica, per arrivare al ricorrente mantra de: “Ci rubano la sovranità!, tutti slogan che sono degni di Pinocchio (tranne quello della sovranità, grazie al Cielo).

Ma fatemi dire una cosa che probabilmente non sentirete in giro molto spesso: il Regno Unito nell’Unione Europea non ci è mai entrato. E fatemi spiegare il perché: il Regno Unito entra nell’allora CEE (Comunità Economica Europea), assieme ad Irlanda e Danimarca, il 1° gennaio 1973, dopo una lunga trattativa con la Francia (allora governata da De Gaulle) che aveva da sempre posto il veto sull’ingresso inglese nella Comunità. Da allora, la terra d’Albione ha fatto fioccare clausole di opt-in/out (procedura istituita dal Trattato di Amsterdam) su diversi aspetti dei trattati europei, e tutt’ora ne detiene il record. Infatti, il Regno Unito ha posto clausole di opt-in/out su:

  1. Accordi di Schengen sulla libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea;
  2. Unione Economica e Monetaria, che non comprende solo l’adozione dell’Euro come valuta nazionale;
  3. Politica Estera e di Sicurezza Comune, ora però revocato;
  4. Cooperazione Giudiziaria e di Polizia in materia penale, facente parte del “pilastro” della GAI (Giustizia ed Affari Interni);
  5. Il nuovo di zecca opt-out in materia di Welfare ed Affari Sociali, introdotto dal nuovo accordo UE-UK. Ma di questo avremo modo di parlarne più dettagliatamente fra poche righe.

Avendo pertanto così tante clausole di opt-in/out, il Regno Unito non partecipa così a delle parti vitali del progetto comunitario, come la libera circolazione di persone e lavoratori.

In data 10 novembre 2015 il governo di Sua Maestà ha inviato una lettera, indirizzata al Presidente del Consiglio dell’Unione Europea Donald Tusk, con un titoo enigmatico e che già lasciava preludere ciò che nei mesi successivi sarebbe successo: “A new settlement for the United Kingdom in a reformed European Union” (Una nuova soluzione per il Regno Unito in un’Unione Europea riformata). In tale lettera il Primo Ministro Cameron collegava la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea con la sussistenza di 4 condizioni:

  1. L’esclusione definitiva ed irreversibile del Regno Unito dall’Euro. Tale misura comprende il divieto di far pesare sul Regno Unito eventuali misure economiche dirette a difendere l’unità monetaria (come i salvataggi di Paesi in crisi) e l’esclusione del Regno Unito da sistemi di governance e di controllo finanziario;
  2. La garanzia della piena partecipazione del Regno Unito al mercato unico a pari condizioni rispetto ai paesi dell’Euro, pur non essendo parte né della moneta unica né dell’Unione Economica e Monetaria;
  3. La facoltà di poter limitare la libera circolazione dei lavoratori (esclusione dal welfare britannico) e delle persone (vale a dire l’allontanamento e divieto di ingresso per soggetti «non desiderati» e limitazioni alla concessione della residenza);
  4. L’inclusione di una clausola per i futuri trattati in cui si esplicita fermamente che il Regno Unito è esentato dall'”ever closing Union”, ossia da un’Unione sempre più cogente.

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A seguito di questa lettera, è stato convocato un Consiglio Europeo da tenersi il 20 febbraio, durante il quale l’argomento più caldo sarebbe stata la Brexit. Tali negoziati hanno dato, come risultato, un accordo al ribasso, riassumibile in quattro punti:

  1. 1. Attivazione del cosiddetto freno di emergenza. Con tale misura, il Regno Unito ha la facoltà di limitare non solo la libertà di movimento dei lavoratori europei (fra l’altro in chiara violazione con le basi stesse dell’Unione), ma l’accesso al sistema di welfare può essere concesso in maniera graduale, e non più in maniera totale, come accadeva prima.
    Tale freno d’emergenza può essere applicato per un massimo di 7 anni, ma non può però essere retroattivo.
  2. Questione competitività. L’Unione Europea, come si legge nel testo, “farà tutti gli sforzi per rafforzare il mercato interno e mantenere il passo per adeguarsi ai cambiamenti“, in particolare “riducendo il carico amministrativo ed i costi” per le Pmi. La Commissione “respingerà a legislazione non necessaria“.
  3. L’annale questione della sovranità. Con tale misura, Londra ottiene che il concetto di “unione sempre più stretta” come obiettivo scritto in tutte le versioni dei Trattati non si applichi più alla Gran Bretagna nella prossima revisione del Trattato. I Parlamenti nazionali che rappresentano il 55% dei 28 (attualmente 16 paesi, ma il quorum dipende dalla grandezza dei paesi coinvolti) possono bloccare con un ‘cartellino rosso’ le iniziative legislative europee. Tale misura è il germe dell’Europa a doppio standard.
  4. Capitolo della governance economica. Vi si assicura che i paesi dell’eurozona “rispettano” il mercato unico e gli interessi dei paesi che non ne fanno parte (tra cui, per l’appunto, il Regno Unito), i quali a loro volta “si astengono” dal porre il veto alla maggiore integrazione dell’Eurozona. Attualmente prevede la possibilità di “disposizioni specifiche nel single rulebook” anche sui requisiti prudenziali di banche, istituti finanziari e assicurazioni della City, ma impone il rispetto di “condizioni di parità nel mercato interno“, ovvero senza allentamenti dei vincoli che potrebbero sfavorire gli altri. Le authority europee di controllo continueranno ad avere competenze anche sulla City.

Presentando l’accordo al suo paese, Cameron ha affermato che il popolo britannico potrà esprimere la propria opinione sulla permanenza inglese nell’Unione in data 23 giugno 2016. Il responso delle urne apre le porte a due scenari radicalmente diversi:

  • In caso di vittoria della Brexit, si navigherà in acque inesplorate. Non vi sono infatti precedenti in tale senso, ed il precedente stabilito dal Regno Unito potrebbe rivelarsi pericoloso per il destino dell’Unione.
  • In caso di sconfitta della Brexit, per quanto riguarda le parti dell’accordo su governance, finanza e rafforzamento unione, si tratta solo di implicazioni ai futuri cambiamenti dei trattati. Sul punto delicatissimo, invece, della riforma del welfare, che di fatto modifica alcune direttive e alcuni regolamenti europei, la Commissione sarà chiamata a presentare un nuovo testo legislativo che poi dovrà passare all’esame e del Parlamento europeo, secondo la procedura legislativa ordinaria.

C’è però da dire una cosa. Premesso che ovviamente io sia a favore di una permanenza britannica nell’Unione Europea, non sarei così affranto da un’uscita del Regno Unito dall’Unione, per diversi motivi.

Innanzitutto, è una faccenda che si trascina da almeno un 5 anni e che sarebbe ora che avesse una sua definitiva e chiara soluzione, che comprenda o meno la Brexit. L’insistenza britannica sulla loro “speciale” partecipazione alla comunità europea si sta rivelando non solo una zavorra per un’Unione politica, ma anche un cattivo e pericoloso esempio che molti paesi si appresterebbero a seguire.
Non c’è da disperare per un’unione più stretta, anche e soprattutto politica, fra gli altri paesi per via di un mirabolante strumento introdotto dal Trattato di Amsterdam e modificato dal Trattato di Nizza: la cooperazione rafforzata, prevista all’articolo 20 del Trattato sull’Unione Europea, che così recita: “Gli Stati membri che intendono instaurare tra loro una cooperazione rafforzata nel quadro delle competenze non esclusive dell’Unione possono far ricorso alle sue istituzioni ed esercitare tali competenze applicando le pertinenti disposizioni dei trattati, nei limiti e con le modalità previsti nel presente articolo e negli articoli da 326 a 334 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Le cooperazioni rafforzate sono intese a promuovere la realizzazione degli obiettivi dell’Unione, a proteggere i suoi interessi e a rafforzare il suo processo di integrazione. Sono aperte in qualsiasi momento a tutti gli Stati membri ai sensi dell’articolo 328 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.”

Ciò significa che, volendo, un minimo di 9 Stati, con Comunicazione alla Commissione ed al Consiglio, il quale l’autorizza esprimendosi via maggioranza qualificata, possa procedere in maniera più incisiva verso ciò che era previsto inizialmente con la ratifica dei Trattati di Roma prima (fra l’altro, l’anno prossimo, compiranno i 60 anni), escludendo così de facto gli altri Stati che assolutamente non vogliono far parte di una VERA Unione Europea. Per non parlare poi del capitolo Scozia, ma questo sarà oggetto di un successivo articolo.

Insomma, ci sono diversi motivi per non disperarsi. Fatto sta che, comunque, spero che gli inglesi utilizzino un po’ di cervello (come hanno peraltro sempre fatto) e compino la decisione più giusta nelle urne a giugno.

P.S. Per coloro che sono angolofoni, suggerisco questo articolo, pubblicato sul Telegraph, del nipote del grande Winston Churchill.

 

 

 

 

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