Trump, Trump, Trump. Chi sei davvero?

Immaginate di aver portato i vostri figli al cinema (se non avete figli, i cuginetti vanno benissimo). State guardando un film molto divertente, ma un po’ rozzo e con qualche battuta che la vostra mente benpensante vorrebbe censurare. Massi, dite voi, è anche giusto che i piccoletti non crescano in un mondo ovattato dove le parolacce non esistono. Non vi state preoccupando, e pensate già al gelato che vi gusterete tutti insieme. Vi rilassate e pensate che, malgrado possiate essere comodamente a letto a ronfare a quest’ora, non è poi così male passare una giornata in famiglia.

A un certo punto, però, un pensiero vi colpisce. Vi accorgete, mettendo insieme i dettagli che sono emersi nel corso del film, che lo spettacolo sta peggiorando. Tutto assume i contorni di un incubo. Avete la schiacciante consapevolezza che se non vi fermate ora, assisterete a un finale così osceno e mostruoso che i vostri dolci figlioletti/cuginetti ne porteranno la cicatrice a vita e anche voi dovrete sottoporvi a un robusto ciclo di psicoanalisi (per non parlare dei danni fisici che vostra moglie/zia vi procurerà appena le riconsegnerete i marmocchi piangenti e urlanti).

Questo riassume lo stato attuale della campagna presidenziale di “The Donald” Trump.

Ieri notte sono giunti i risultati: nella tornata elettorale del Super Tuesday (primarie in contemporanea in più Stati), Trump ha conquistato 7 Stati su 11 (Georgia, Alabama, Tennessee, Massachusetts, Virginia, Arkansas, Vermont) e si è aggiudicato ulteriori delegati, che portano il suo totale a circa 400 (su 1237 richiesti).

Ok, la sfida è ancora lunga. Ok, gli manca ancora più del 65% dei delegati richiesti. Ok, negli Stati dove l’educazione media è più alta Trump ha meno consenso (6 dei 7 Stati della Trumplista della spesa di ieri notte sono Stati del Sud, con un livello di istruzione più basso e di folle razzismo più alto). Ma è innegabile che la corsa verso la nomination del magnate dell’edilizia (o più spregiativamente del palazzinaro) è sempre più veloce e inarrestabile. I due principali sfidanti, i senatori di origine ispanica Ted Cruz e Marco Rubio, si stanno rubando voti a vicenda: l’ultraconservatore del Texas Cruz ha vinto 3 Stati ieri (Texas, Oklahoma, Alaska), una buona performance, ma per molti aspetti il texano è una versione più sinistra e meno divertente di Trump; Rubio, un conservatore ragionevole e supportato dall’establishment del partito, ha vinto solo in Minnesota, troppo poco per rianimare una campagna morente.

Ma cominciano a sorgere domande da parte vostra, immagino. Perché l’elettorato americano, che nella gran parte dei casi si schiera con candidati presentabili (nel 2000 anche Bush lo sembrava) sta dando il suo supporto massiccio a un pallone oltrmodo gonfiato con idee oltremodo pericolose?

Da molte giornalisti e opinionisti è stato detto, a ragione, che Trump, come Sanders, rappresenta un’alternativa forte allo strapotere dell’establishment economico, rappresentato da Hillary Clinton, che infatti sta avendo molte più difficoltà del previsto nell’assicurarsi la nomination. Ma non è solo quello (la Clinton sta comunque vincendo: il conto degli Stati democratici del Super Tuesday è 7 a 4 per lei). Il segreto sta nel brand.

Trump è una figura nota al pubblico americano da più di trent’anni. E’ conosciuto come “il tipo ricco che ha dato il nome a un sacco di grattacieli” oppure “il Re Mida che rende oro tutto ciò che tocca”.

La sua persona è circondata da un (apparente) alone di successo. Se chiedi a un americano chi sia il miglior imprenditore sulla piazza, risponde Trump. Se gli chiedi chi è in grado di avere successo in ogni impresa in cui si imbarca, risponde Trump. Se gli chiedi a chi si rivolgerebbe per gestire un’impresa, risponde Trump. Il livello di narrazione popolare che egli ha abilmente costruito è così alto che ormai The Donald è un simbolo nazionale, al pari della Statua della Libertà.

Ma questo successo è anche verità?

Se lo fosse, potremmo calmare le nostre ansie. Chiunque, in una nazione che cerca molto più di altre il benessere economico e da quella prospettiva giudica i candidati, si fiderebbe del Miglior Imprenditore del Mondo come sua guida illuminata.

Eppure il Vangelo di Trump non è semplicemente esagerato, è completamente falso.

Nel corso della sua carriera quasi quarantennale, The Donald si è lanciato nelle imprese commerciali più disparate, dai cosmetici alle linee aeree. Il suo giocattolino preferito è sempre stato, però, il mercato immobiliare (anche se ci ha giocato con i soldi ereditati dal padre: non credete mai a nessun folle avvolto in una bandiera a stelle e strisce che sostiene con convinzione che Trump è un self-made man), e in questo campo è riuscito a ottenere un discreto successo, sebbene i fallimenti spettacolari non siano mancati: nel 2006, appena un anno prima del crollo del suddetto mercato immobiliare, lanciò, con toni grandiosi (“It’s gonna be a great company. A terrific one.”), la Trump Mortgage, società immobiliare (la cui fine è intuibile).

Ma è negli altri campi che i capelli di ogni economista si rizzano.

1984: compra la squadra di football dei New Jersey Generals, appartenente all’US Football League, competitor della National Football League. Il piano geniale è quello di fare concorrenza all’NFL spingendo per spostare il campionato dell’USFL dalla primavera all’autunno, in concomitanza con quello della lega più grande. L’USFL si spegne. Fallimento completo.

1989: nasce la Trump Airlines, compagnia aerea di lusso per tratte medio-brevi. Il prezzo del carburante si alza nel 1990 e la compagnia si rivela troppo fragile per sopravvivere, cessando di esistere nel 1992. Fallimento completo.

1990: apre il Trump Taj Mahal, casinò di Atlantic City. Va in bancarotta dopo pochi mesi e Trump è costretto a vendere i suoi yacht e i suoi jet, perdendo la quasi totalità della sua fortuna personale. Fallimento completo.

2006: nasce la sopracitata Trump Mortgage, che chiude i battenti dopo appena un anno. Fallimento completo.

Questi e molti altri episodi (per scavare più in profondità e cominciare a provare vera paura alla prospettiva che Trump diventi Presidente, vi consiglio di guardarvi questo monologo del comico britannico John Oliver) ci rivelano la vera natura di quell’ometto apparentemente buffo e innocuo dai capelli orrendi: un manipolatore, bugiardo, che compra il nome di palazzi costruiti da altri per dare l’idea che sono suoi (l’ha fatto davvero), che fa investimenti inutilmente rischiosi, per colpa dei quali molte persone hanno perso consistenti somme di denaro, basandosi solo sulle sue sensazioni (il 90% delle volte fallaci). Non si fida di nessuno, quindi da Presidente diventerebbe molto simile a un monarca assoluto: si fa così perché lo voglio io. Non azzardatevi a contraddirmi.

Fare appelli alla sanità mentale in cabina elettorale funziona poco, specie se ti stai rivolgendo a un’altro Paese. Ma vi prego, cittadini statunitensi, se qualcuno di voi sta leggendo questo articolo (siete trecento milioni, spero che la legge dei grandi numeri funzioni) e ha intenzione di votare quella barzelletta di essere umano, prima ancora di politico, rinsavisca. Suonerò un po’ come Lois Lane che parla a Superman, ma il futuro di questo mondo fragile è nelle vostre mani.

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