Racconti persiani: la Repubblica Islamica

Fin dal suo inizio nel 1978 la rivoluzione islamica iraniana presentò un doppio binario di istanze politiche parallele: una andava nella direzione di una democratizzazione del Paese in contrapposizione al dispotismo dello Shah, mentre l’altra spingeva invece per un’islamizzazione (sciita) del sistema politico, anch’essa contrapposta al laicismo imposto dal monarca. Due aspetti che possono sembrare le due classiche rette parallele destinate a non incontrarsi mai, eppure nel caso dell’Iran si è verificata un’eccezione. Le due linee per una volta si sono incontrate, producendo come risultato un regime politico unico al mondo: la Repubblica Islamica.

Questo modello statale si caratterizza per essere un sistema ibrido, dove la religione sciita compenetra e pervade un assetto che sembra tipico della democrazia rappresentativa. L’ideologia religiosa è infatti un elemento imprescindibile  per la politica iraniana: secondo le teorie di Khomeini le leggi islamiche non hanno limiti di applicazione temporali o spaziali e l’unico modo per impedire che a governare possano essere nemici di Allah è avere un governo religioso. L’idea è dunque quella di un governo del giureconsulto, velayat-e-faqih, dove l’ultima parola in tutte le questioni politiche spetti ad un’autorità religiosa, elettiva come l’Assemblea degli Esperti o nominata come il Consiglio dei Guardiani.

Il controllo della religione sulla politica è sicuramente ampio. L’Assemblea degli Esperti, composta unicamente da religiosi, nomina infatti la Guida Suprema. Tale figura è sicuramente centrale nella politica della Repubblica Islamica: oltre a fornire le linee guida della politica iraniana e a supervisionarne lo sviluppo nomina metà dei membri del Consiglio dei Guardiani. La Guida Suprema inoltre è al di sopra dei tre poteri dello stato, ponendosi in una dimensione quasi ultraterrena rispetto alle istituzioni repubblicane, a riprova del suo diretto legame con la religione. La sacralità di questa figura è confermata anche dal suo mandato a vita, una situazione simile per certi versi a quella del Papa, con l’Assemblea degli Esperti al posto del conclave.

Ibrido come il sistema politico è invece il Consiglio dei Guardiani, l’autorità cui spetta l’approvazione di ogni legge decisa dal parlamento, composto per metà da religiosi e per metà da giuristi laici. I primi sono nominati dalla Guida Suprema e i secondi dal potere giudiziario, il quale però è a sua volta fortemente influenzato dalla Guida Suprema stessa, con successiva conferma parlamentare. Il parlamento, diretta espressione popolare come l’esecutivo rappresentato dal Presidente, rimane un attore assai importante, ma non determinante a causa dei tanti organi che possono porre il veto sui suoi atti. Più che con le elezioni parlamentari o presidenziali infatti il voto popolare ha impatto con le elezioni dell’Assemblea degli Esperti, influenzando in modo assai indiretto la scelta della Guida Suprema e del Consiglio dei Guardiani.

Appare chiaro come non si possa quindi definire teocratico il regime di Teheran, per quanto non sia certamente né laico né molto democratico. La Repubblica Islamica è infatti un modello politico caratterizzato da un’ampia partecipazione, concretizzata nel grande numero di organi direttamente eletti dalla popolazione, ma anche da una scarsa competizione. Al Consiglio dei Guardiani spetta infatti pure il vaglio delle candidature all’Assemblea degli Esperti, alla presidenza  e al parlamento, permettendo così l’esclusione dei candidati meno graditi dal contesto elettorale.

Al di fuori di tutto questo contesto politico si collocano i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione. Nati come una milizia rivoluzionaria, essi hanno visto il loro potere crescere enormemente negli anni e nei conflitti successivi acquisendo il controllo di parte delle forze armate regolari, di imprese petrolifere, di banche e fondi di investimento. La loro notevole influenza politica, unita all’enorme potenziale economico e militare nelle loro mani, rischia di rendere i Pasdaran, comunque divisi in fazioni al proprio interno, il vero ago della bilancia dell’Iran negli anni a venire.

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