Pensioni: perché è essenziale agire subito

10287046_746655538804330_9207399771503619918_o

 

Il 26 Febbraio i Liberali da Strapazzo hanno organizzato un dibattito su un tema che ci sta molto a cuore, quello delle pensioni delle future generazioni: abbiamo portato a parlare il professor Riccardo Puglisi dell’ Università di Pavia e editorialista del Corriere della Sera,  e il professor Beniamino Piccone, professore presso la LIUC Carlo Cattaneo e Private Banker.

Desideriamo fortemente approfondire l’argomento perché la nostra sensazione è che il dibattito su questo tema in Italia abbia avuto un processo di fossilizzazione attorno al perno della disuguaglianza generazionale, il quale presenta due aspetti, isomorficamente speculari: il dibattito sulla riforma Fornero, in particolare sulle problematiche create dagli esodati, e l’ingiustizia generazionale derivante dai vantaggi registrati dai baby-boomers in termini di trattamenti pensionistici. Entrambi questi approcci sono a nostro avviso sterili, per una mera questione di pragmatica. Il dibattito sulla Fornero è infatti ormai cristallizzato, e molti liberal di destra dovrebbero prendere atto che le persone non formano le proprie opinioni in termini di economia pubblica guardando i fogli Excel. Altrettanto inutile il discorso sull’ingiustizia generazionale: una classe politica corrotta ha regalato pensioni e una generazione (immeritatamente) se li è presi. Limiti dati da costi politici e da sentenze della Corte Costituzionale portano ad essere irrealizzabile andare dai pensionati e togliergli una parte della loro pensione. Pertanto, quello delle pensioni rilasciate negli anni ’80 è ormai un dibattito di competenza degli storiografi e non dei politici.

Ma da questo punto vorrei partire per rilanciare la questione più di attualità, ovvero come gestire per tempo l’emergenza sociale  che si sta andando a delineare: rischiamo di ritrovarci, fra qualche decade, con una generazione di pensionati ai limiti della povertà.

Prima di entrare nel dettaglio dell’argomentazione, vorrei dare un paio di dati, così che la mia non sembri una riedizione degli appelli di un evangelista americano contro l’Arrmageddon prossimo venturo. Senza interruzioni contributive, un trentenne andrà in pensione con circa il 65% del suo ultimo stipendio. Con (probabili) interruzioni contributive, questa percentuale scende. E scende ancora di più se il lavoratore è un libero professionista. Capirete bene che in un paese dove le persone normali guadagnano 1000 euro al mese, ci vuole poco per arrivare al disastro sociale.

Ora, il punto che vorrei introdurre è quello del doppio vincolo schizofrenico che pervade la politica italiana: per farlo, devo però chiedere al lettore un attimo di attenzione verso alcuni aspetti tecnici del sistema pensionistico italiano.

L’INPS funziona con un sistema a ripartizione: vale a dire, i lavoratori versano contributi per la loro pensione, ma tali contributi vengono usati per pagare quanto dovuto agli attuali pensionati. Si tratta cioè di sistema in cui le scelte per il futuro di una generazione influenzano chi è già uscito dal mondo del lavoro.

Si deve inoltre tenere conto che la riforma essenziale per le nuove generazioni, la Dini del 1995, è rimasta sostanzialmente incompiuta, in quanto gli altri due pilastri previsti dalla legge che introduceva il sistema contributivo, sviluppo della previdenza privata e previdenza complementare, sono ancora in fase embrionale.

Questa costituzione ha creato un’impasse che rassomiglia ai paradossi presentati nei vecchi manuali di logica, come quello della mappa che può raffigurare qualsiasi cosa fuorché la mappa stessa: per garantire un futuro migliore alle nuove generazioni è necessario spostare risorse dall’INPS alla previdenza privata, ma l’INPS necessità di tali fondi per erogare le attuali pensioni.

Come l’antico conquistatore macedone, pensiamo che il nodo gordiano vada semplicemente reciso: o, se non vi piacciono le citazioni auliche, siamo ragazzi pragmatici consapevoli che talvolta bisogna andar giù con l’accetta.

L’Italia ha bisogno, come già molti altri Paesi hanno fatto, di dotarsi di un meccanismo di opting out: vale a dire, il 33% di contributi obbligatori devono poter essere suddivisi fra INPS e previdenza privata che, nei Paesi dove è sviluppata, offre rendimenti migliori: questo è inoltre il solo modo per creare un vero mercato in Italia, attualmente inesistente; ed è il solo per attuare l’unica politica sensata quando si tratta di strumenti finanziari, ovvero la diversificazione dei rischi: il rischio fra andamento dei mercati finanziari (rischio fondo pensione privato) e rischio legato all’andamento del PIL e di nuove riforme legislative (per quanto riguarda il sistema pensionistco pubblico). Il lavoratore con una pensione mista, parte pubblica parte privata, cioè, sarebbe da una parte più assicurato verso possibili perdite, e dall’altro otterrebbe rendimenti migliori.

I rischi di instabilità di finanza pubblica sarebbero a nostro avviso giustificato se quello italiano fosse un popolo noto per la rapidità con cui adotta nuove forme di investimento, in particolare finanziario. Dandosi nella realtà il caso opposto, difficilmente se oggi si attuassero agevolazioni per il sistema pensionistico privato, domani metà dei lavoratori avrebbe un fondo pensione complementare: questo è un caso che più ragionevolmente si avvererebbe  fra una decina di anni, in maniera del tutto gestibile per la finanza pubblica. E d’altronde quale sarebbe l’alternativa che i nostri critici ci oppongono? Un immobilismo da museo delle cere fino a che la situazione non diventi socialmente insostenibile? Se c’è una cosa che la riforma Fornero dovrebbe averci insegnato, è che rinviare ad libitum interventi sulla spesa pensionistica, salvo poi raffazzonare qualcosa sul ciglio del burrone, non è una strategia vincente.

Altrettanto necessario è usare in modo più saggio le risorse destinate alle pensioni minime. Per fare ciò, esse non devono più essere legate solo al reddito, come avviene attualmente ma anche allo stato patrimoniale: questo significa solo che un pensionato sotto la soglia di povertà ma con tre case di proprietà riceverà meno di un pensionato in affitto.  Si tratta di un’elementare norma di giustizia sociale, e gli unici che possono dirsi contrari a questo cambiamento o sono evasori fiscali o non hanno capito di cosa si sta parlando; in caso contrario, si sentano liberi di spiegarci perché il patrimonio immobiliare e il rendimento da capitale non andrebbero conteggiati quando vengono effettuatati interventi redistributivi di giustizia sociale.

Annunci

Un pensiero su “Pensioni: perché è essenziale agire subito

  1. Pingback: Le pensioni del futuro – Liberali da Strapazzo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...