E l’Ucraina?

Ucraina, Ucraina, Ucraina… ricorda qualcosa? Forse quel sanguinoso conflitto civile che ha portato alla morte di migliaia di persone e di cui nessuno sembra più parlare?

Non vi preoccupate, LdS giunge in aiuto a rinfrescarvi la memoria e ad aggiornarvi sugli ultimi sviluppi della situazione.

Se nessuno ne parla, direte voi, ci dev’essere una ragione. In effetti parzialmente c’é: il secondo accordo di Minsk, firmato nel febbraio 2015 e implementato a settembre, ha raffreddato la situazione, portandola a uno stallo (non a una soluzione, badate bene) e il numero di vittime ha smesso di crescere. L’accordo, raggiunto tra Ucraina, Russia, Francia e Germania, è fondamentalmente una copia del primo, firmato sempre a Minsk nel settembre 2014 ma collassato in pochi mesi: cessate il fuoco, ritiro dell’artiglieria, creazione di una zona cuscinetto, garanzia di aiuti umanitari e amnistie per gli abitanti dei territori ribelli e soprattutto la concessione di una forte autonomia alle autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, per evitare uno smembramento del territorio ucraino.

Ma quando si parla di Vlad Putin, zar di tutte le Russie, padrone del Cremlino e blablabla (cercate i commenti estatici dei vari fascioleghisti su Facebook per gli altri titoli) non si può semplicemente dire “è finita, finalmente”. Perché lui un modo di vincere, per quanto sporco, lo trova (wow, sembra il trailer di un film).

Innanzitutto, anche se questa è colpa del governo di Kiev, l’autonomia promessa a Donetsk e Lugansk non è mai stata concessa: la riforma costituzionale ucraina, approvata dal Parlamento la scorsa estate, ha sì dato più autonomia alle amministrazioni locali, ma in modo vago e senza fare specifica menzione delle due Repubbliche separatiste, rischiando di minare il punto chiave su cui si regge l’accordo di Minsk e probabilmente la stabilità futura di un Paese sfiancato dalla guerra e da un’economia traballante (per non dire in discesa libera verso un disastroso collasso); e per di più i nazionalisti ucraini si fanno sempre più riottosi, aprendo alla remota possiblità di un Colpo di Stato.

Putin non fa altro che gongolare: la testardaggine dei nazionalisti (che pure hanno un certo peso nelle decisioni del governo, dato che i battaglioni di estrema destra si sono fatti carico di molte battaglie al posto dell’esercito regolare) gioca a suo favore, consentendogli di cristallizzare una situazione scomoda per Kiev ma comodissima per Mosca, che sta pian piano avvicinando sempre di più i territori ribelli alla sua orbita. Inoltre, non se ne sta semplicemente a guardare: dall’inizio dell’anno i separatisti, spalleggiati da unità russe illegalmente infiltrate in territorio sovrano ucraino, hanno violato giornalmente la tregua, con raffiche di mitra leggeri e pesanti, e il capo degli osservatori OSCE, Alexander Hug, ha affermato che i filorussi possiedono una forza di almeno 88 carri armati (data l’impossibilità di produrseli in casa, tutti gentile regalo di Vlad).

Queste violazioni sono lievi, non sufficienti a scatenare un’escalation e a riportare il conflitto al centro dell’attenzione, cosa che Putin vuole evitare assolutamente, ma più che bastevoli per porre sempre più pressione sul governo ucraino, ormai in crisi nera (sfiduciato dal presidente Poroshenko, che pure ha un tasso di gradimento di appena il 17%, il premier Yatseniuk è stato salvato in extremis dal Parlamento).

Ciò che si sta delineando non è è un futuro roseo per l’Ucraina, anzi. Qualora le forze nazionaliste nel Parlamento dovessero prevalere e si decidesse di usare la linea dura coi filorussi ancora una volta, magari sospendendo i colloqui e minacciando di bloccare gli aiuti umanitari, potremmo assistere a una drammatica recrudescenza del conflitto, che non avrebbe altro esito se non quello di allargare ancora di più la sfera di influenza di quel crimin… ehm, eroe patriottico che domina su tutte le Russie dalla fortezza del Cremlino.

D’altro canto, però, è difficile immaginare che una volta chiuse definitivamente le ostilità gli abitanti di Donetsk e Lugansk riappenderanno le bandiere gialle e blu ai balconi. Loro si sentono russi (retaggio della politica brezneviana di “russificazione” delle Repubbliche periferiche) e sicuramente il perdere figli, fratelli e amici per mano degli ucraini (e la stessa cosa si può dire dall’altra parte) non li aiuterà a ricucire gli strappi.

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