Racconti persiani: il grande ritorno dell’Iran

L’Iran, o meglio la Persia, fa parte della storia della politica internazionale dalla notte dei tempi. Contro i Persiani combatterono i Greci per difendere la propria libertà, contro i Persiani lottò Alessandro Magno per costruire il suo impero ellenistico, contro i Parti loro eredi combatterono i Romani in uno scontro tra superpotenze che durò diversi secoli.
Fu attraverso l’Iran che durante il secondo conflitto mondiale gli Alleati fecero arrivare rifornimenti vitali per l’Unione Sovietica, che le permisero di ribaltare l’esito della guerra contro il Terzo Reich e fu alla conferenza di Teheran, non a quella di Jalta, che venne deciso l’ordine mondiale per il dopoguerra.
Fu infine la perdita dell’Iran a seguito della rivoluzione del 1979 a decretare la sconfitta di Carter alla presidenziali USA dell’anno seguente.

Eppure fino a pochi anni fa l’Iran era completamente scomparso dalla geopolitica non solo internazionale, ma anche regionale, a tutto vantaggio di Turchia ed Arabia Saudita. Relegato in un ghetto diplomatico non tanto a seguito della rivoluzione islamica quanto a causa della presidenza di Ahmadinejad e delle paure che Tel Aviv e Ryiad esternarono alla Casa Bianca sembrava aver toccato il fondo. L’erede del potente impero persiano era ridotto allo stato di paria internazionale, escluso come interlocutore politico e devastato sul piano economico dalle sanzioni USA ed UE sul programma nucleare, che lo avevano privato del più importante  mercato per le sue enormi risorse energetiche. Tutto questo fino ad un paio d’anni fa: ora l’Iran è tornato sulla ribalta internazionale con un ruolo da protagonista, grazie soprattutto al nuovo presidente Hassan Rouhani.

Diplomatico di lungo corso e politico navigato Rouhani si è fatto interprete di quelle istanze di cambiamento che da tempo agitavano la società civile iraniana. In modo assai pragmatico è riuscito a rappresentare tanto la componente laica riformista quanto la grande massa di iraniani  delusi dall’esperienza islamista precedente e colpiti dalle pesanti sanzioni occidentali. Una volta eletto alla guida dell’Iran ha dato nuova vita ai negoziati sul nucleare, iniziati oltre 12 anni fa ma all’epoca in una fase di stallo, imprimendo un decisivo cambio di strategia. Pur ribadendo la fermezza a continuare lo sviluppo del programma nucleare ha saputo accettare limitazioni non certo lievi e soprattutto dare le assicurazioni sull’utilizzo dell’uranio che il gruppo dei 5+1 richiedeva da tempo, ma non aveva trovato (o creduto) nel caso del suo predecessore. Del resto lo stesso volto sorridente e occhialuto di Rouhani contrasta parecchio con il ghigno e lo sguardo truce tipici di Ahmadinejad.

Dare però interamente all’attuale presidente iraniano il merito del ritorno di Teheran sulla scena sarebbe riduttivo. Molto è infatti dipeso dalla situazione geopolitica regionale, radicalmente cambiata negli ultimi 3 anni: lo scoppio della guerra civile siriana ha infatti rotto il fragile equilibrio dell’area, e lo sviluppo dell’ISIS ha cambiato non solo le carte in tavola, ma addirittura gli stessi giocatori. Se a ciò vengono aggiunti gli atteggiamenti assai ambigui della Turchia, membro NATO e candidato all’UE, e dell’Arabia Saudita, storico alleato di Washington, appare chiaro come si rendesse necessaria una collaborazione più intensa con l’Iran. Utilizzando tutta la sua abilità di negoziatore Rouhani è stato in grado di far leva sulle necessità dell’occidente per far uscire il suo Paese dall’isolamento e riportarlo prepotentemente sulla scena.

Gli eredi di Ciro, Dario e Zoroastro, ma anche di Mossadeq e Khomeini sono così tornati ad essere un attore fondamentale nella politica mediorientale e nel Golfo, sono tornati a riprendersi quel ruolo che dopotutto gli compete pienamente.

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