I dolori del giovane ricercatore (italiano)

LdS continua la sua indagine sullo stato dell’arte nel sistema universitario italiano.  Grazie a una burocrazia polverosa, poca internazionalizzazione e gruppi di lavoro raffazzonati ad hoc, i ricercatori passano più tempo a compilare bandi che a effettuare ricerca ci racconta Andrea Fiamma, PhD student in History of Philosophy presso l’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara.

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Quali ritieni che siano i principali problemi dell’Università italiana?

Mi sembra complicato elencare i principali problemi dell’Università italiana l’uno dopo l’altro, anche perché l’Università si pone più scopi: diciamo che in relazione ai diversi obiettivi ci sono diverse questioni che andrebbero affrontate più seriamente.

 

Quali sono queste aree?

Anzitutto l’area ricerca, rispetto alla quale anche l’Europa ci spinge ad essere più attenti. Stanno infatti cambiando in maniera drastica le modalità di finanziamento europeo:  i bandi spingono molto per l’interdisciplinarità e l’interrelazione tra aree geografiche differenti, il che è senz’altro una cosa positiva, perché la ricerca non vive a compartimenti stagni – cosa che in Italia mi sembra si fatichi ancora a capire. Ma non solo: l’Università ha ovviamente l’obiettivo di formare le future generazioni – dunque l’insegnamento –, e deve inoltre sapersi integrare con il territorio al fine di creare vivacità culturale e benessere.

 

Focalizziamoci sull’area ricerca. Quali ritieni siano le aree di maggior debolezza a questo riguardo?

Un settore che mi sembra particolarmente debole è quella dell’internazionalizzazione dei progetti di ricerca. Si tratta, a mio avviso, di un problema generazionale, nel senso che i professori più anziani sono meno abituati all’idea di costruire una carriera internazionale di quanto non lo sia la nuova generazione di ricercatori, che ha iniziato a viaggiare e intessere relazioni accademiche all’estero sin dai primi anni di studio. Bisogna inoltre considerare che i ricercatori sono motivati alla mobilità internazionale dal fatto che all’estero ci sono più possibilità di finanziamento per post-doc e borse, anche “short term”. In ogni caso, la scarsa rete di contatti internazionali penso sia uno degli elementi che penalizza di più la ricerca nell’università italiana.

Un ulteriore problema è dato dallo scarso link fra dottorato e carriera accademica. Infatti dopo il dottorato i Dipartimenti hanno la possibilità di bandire assegni di ricerca; tuttavia è da considerare che l’assegno viene bandito di solito con fondi genericamente destinati dall’Università al Dipartimento: ciò significa che il numero e la consistenza degli assegni di ricerca non vengono previsti a monte dall’Università, ma dipendono in larga parte dalla scelta politica del dipartimento sulla maniera di impiegare i fondi ad esso destinati. Accade pertanto che i professori devono sgomitare per bandire un assegno e ritagliarlo nel contesto delle altre attività del Dipartimento, come convegni e fondi destinati alle pubblicazioni. Ciò produce la conseguenza che gli assegni sono solitamente a breve durata (semestrali e annuali) e non sempre ben pagati. Emerge in questo scenario un secondo problema della ricerca, ovvero la burocrazia. Infatti ognuno di questi mini-progetti cuciti ad hoc per assegni semestrali richiede l’interfacciarsi con una complessa macchina burocratica, con il risultato che il ricercatore passa meno tempo a fare ricerca di quanto ne spenda a capire di cosa vivrà nei sei mesi successivi. Per eseguire un buon progetto di ricerca è necessaria infatti una certa tranquillità, anche economica.

 

In che rapporto sono attività di insegnamento e di ricerca per i giovani ricercatori in Italia?

Le due cose si legano profondamente: i dottorandi e i ricercatori italiani hanno un carico di ore di insegnamento molto superiore a quello dei loro colleghi esteri.

Da questo punto di vista, ritengo che in Italia siamo molto penalizzati dal fatto che gli istituti di ricerca italiani non hanno una forma giuridica autonoma, come invece accade all’estero. All’estero questi istituti, totalmente votati alla ricerca, sono integrati nelle facoltà e funzionano come vere e proprie fondazioni. In Italia, invece, gli istituti di ricerca connessi alle Università sono genericamente rappresentati da libere associazioni di gruppi di studiosi e non da una struttura giuridicamente riconosciuta e con un proprio bilancio: sono dunque genericamente incapaci – a differenza di quanto accade all’estero – di promuovere progetti autonomi e di bandire borse e creare posti di lavoro nella ricerca. Il risultato è che i centri di ricerca europei, proprio per la loro focalizzazione sulla ricerca, sono più competitivi di quelli italiani e sono pertanto maggiormente predisposti a raccogliere fondi europei destinati a bandi di interesse specifico. In Italia le équipes di lavoro tendono ad essere create ad hoc per il bando, mentre negli altri Paesi tendono ad essere più consolidate grazie all’apporto degli istituti di ricerca. Chi lavora in questi istituti ha la possibilità di formarsi un curriculum da ricercatore specializzato in un determinato settore e di non incontrare mai l’attività di insegnamento. In Italia, invece, i contratti dei ricercatori sono sempre legati ad un’attività di insegnamento e sono sottoposti al medesimo carico burocratico dei professori associati e ordinari. Ciò implica il fatto che i ricercatori italiani hanno poco tempo per fare ricerca e hanno scarse strutture – vedi gli Istituti – che gli permettono di realizzare un progetto importante a livello europeo.

Un’ultima considerazione in merito all’integrazione tra la ricerca e l’insegnamento nelle scuole secondarie medie e superiori: sono convinto che l’acquisizione di un dottorato di ricerca vada valorizzata maggiormente nelle graduatorie per l’insegnamento: non è possibile paragonare, come oggi accade, la qualità di un dottorato di ricerca ad un solo anno di esperienza di insegnamento. Infatti attualmente un dottorato viene valutato in graduatori soltanto 12 punti, ovvero l’equivalente di un anno di insegnamento.

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