On the highway to hell (che ora come ora è in New Hampshire)

Hey! Benvenuti. E’ il 2020. Il mondo è più sviluppato, ecologico, tollerante. E tutto questo perché Donald Trump, nel lontano febbraio 2016, è riuscito a fare peggio di Pierluigi Bersani nell’ancor più lontano febbraio 2013 e quindi non è mai diventato Presidente degli Stati Uniti.

forse.

Certo la batosta è pesante, e brucia. Partendo da apocalittico superfavorito, The Donald è stato capace di farsi distaccare di ben quattro punti dal senatore del Texas, di origini cubane, Ted Cruz (28%) superando il terzo arrivato, il senatore della Florida Marco Rubio, sempre di origini cubane, fermo al 23%.

L’Iowa è un vero e proprio Vietnam per i superfavoriti; lo sa benissimo Hillary Clinton, il cui crollo nel 2008 incominciò proprio qui (e stavolta l’ecatombe è stata evitata per un modestissimo 0.4%).

Tuttavia, lasciati i caduti sul campo di battaglia (poor O’Malley), i candidati si apprestano ad affrontare la seconda tappa del percorso a ostacoli che porterà alle convention estive: il New Hampshire, 41° Stato per popolazione e 46° per territorio. E’ uno staterello insign… pardon, di non fondamentale importanza per la nazione. Eppure, a livello elettorale, conta più della California o del Texas.

In questo mattoncino Lego incastrato tra il Maine e il Vermont si tengono le prime primarie vere e proprie della stagione elettorale. Come sapete, quelle in Iowa erano caucus, assemblee di militanti piuttosto confusionarie e dal meccanismo complicato. Ma in NH la vita è più semplice: si ritorna alle buone vecchie schede elettorali. Con un’eccezione: tutti possono votare per il candidato di un partito tranne i registered supporters (negli USA è possibile indicare sul registro elettorale quale partito si sostiene) del partito opposto. Quest’anno la tornata elettorale si svolgerà martedì 9 febbraio.

L’elemento cruciale delle primarie di martedì sono gli indipendenti: la maggior parte degli elettori registrati del New Hampshire non è affiliata a nessuno dei due partiti, ma può comunque votare alle primarie, come detto; ciò significa che i candidati sono necessariamente costretti ad andare a cercare voti fuori dallo “zoccolo duro” della base del partito. Sorprendentemente, non sono i candidati moderati a essere favoriti, secondo i più recenti sondaggi: Trump e Sanders volano tra gli indecisi, rispettivamente di 40 punti sulla Clinton e 17 su Cruz. Contando anche gli schierati, i polls danno Trump in vantaggio di 14 punti e Sanders di 17, questa volta su Rubio e Clinton.

Per entrambi gli outsider, la (a questo punto) probabile vittoria rappresenterà la prova schiacciante della loro votabilità tra i moderati; Hillary e i due senatori ispanici repubblicani perderanno questo importante elemento di accusa che nei vari dibattiti televisivi avevano sfoderato più e più volte.

Tuttavia per Marco Rubio il New Hampshire potrebbe rappresentare la rampa di lancio di una corsa trionfale alla nomination, se gioca bene le sue carte: è arrivato a ridosso di Trump in Iowa e con ogni probabilità arriverà secondo in New Hampshire. A quel punto, secondo le previsioni, la candidatura del folle Cruz (che in campagna elettorale aveva cotto il bacon su un fucile semiautomatico) si sgonfierebbe e il giovane senatore della Florida, candidato più credibile tra i repubblicani e favorito dall’establishment di partito, potrebbe giocarsi il tutto per tutto in South Carolina, dove però The Donald ha ancora un buon vantaggio.

Il discorso è simile per Sanders: in New Hampshire è ormai quasi certo di vincere, ma gli Stati successivi sono più etnicamente omogenei; l’elettorato del senatore del Vermont è bianco e giovane, ma tra i neri spopola Hillary.

Il New Hampshire non dovrebbe riservare particolari sorprese, essendo i sondaggi abbastanza concordi nel porre ampi margini tra i candidati in classifica. Ma nella ruota della fortuna chiamata primarie, anche un vantaggio abnorme può diventare una sconfitta sonora e bruciante.

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