Siria: guerra senza fine

“Mondo senza fine” è il titolo di un bellissimo romanzo di Ken Follet ambientato nel sud dell’Inghilterra del XIV secolo. Se fosse stato ambientato nell’odierna Siria probabilmente si sarebbe chiamato “Guerra senza fine”, con la lieve differenza che purtroppo in questo caso non si tratta di un romanzo, ma della tragica realtà. Senza fine non tanto per la durata del conflitto, comunque oltre cinque anni, quanto per la totale mancanza di prospettive o elementi che possano far sperare in una sua conclusione.

La situazione è infatti bloccata in uno stallo che non lascia intravedere soluzioni, politiche o militari. Nonostante le continue battaglie, gli assedi iniziati e conclusi e i frequenti bombardamenti nessuna delle parti è in grado di ottenere una vittoria sulle altre. Non lo sono i curdi, che difendono la democrazia dell’autoproclamato Rojava, ma sono troppo deboli per compiere più di qualche incursione nel territorio dell’ISIS. Non lo è lo stesso Califfato che dopo un inizio di sorprendenti vittorie ormai si è fermato e sta addirittura iniziando a perdere terreno. Non lo è l’Esercito Libero Siriano, formazione raccogliticcia anti regime che dopo una promettente partenza è ormai da tempo passata in secondo piano. Non lo è infine neppure Assad, che seppur alcuni successi ottenuti sul campo contro i ribelli, ha dovuto rinunciare al controllo di ampie zone del Paese.

Il grande capolavoro di Assad è stato però quello di dipingere (e forse spingere) molti ribelli come frange islamiste radicali e pericolose, ritornando così in auge come un interlocutore ragionevole ed imprescindibile per la comunità internazionale. Lo stesso Assad che senza alcuna remora bombardava (e bombarda tutt’ora) i suoi stessi cittadini, o meglio sudditi dato il livello democratico del regime siriano, pur di restare al potere. In Siria non si combatte tuttavia soltanto per il controllo dello stato, ma si scontrano gli interessi di diverse potenze, regionali e non solo.

Da un lato vi è la Turchia di Erdogan, da sempre avversa al regime di Damasco ed interessata ad indebolirlo, ma ancor più avversa al popolo curdo, contro il quale de facto ha iniziato una guerra mascherata da intervento contro l’ISIS. Amica di Assad è invece la Russia, che è addirittura intervenuta per difenderlo dai ribelli, bombardando, nonostante i proclami del Cremlino, tutti tranne il Califfato. L’ambizione di Mosca non è però limitata soltanto al mantenimento al potere di un regime amico, Putin guarda infatti ben più lontano: vuole restituire alla Russia un ruolo nel Medio Oriente, una regione dalla guerra dei sei giorni sotto l’esclusiva influenza americana.

Stati Uniti che sono paradossalmente i grandi assenti di questo conflitto. L’amministrazione Obama, dall’inizio a favore dei ribelli siriani, ha infatti sempre avuto un approccio molto cauto all’intera vicenda, limitando i pur consistenti raid aerei e preferendo la via diplomatica a quella militare. La Casa Bianca si è concentrata soprattutto sul costruire una coalizione internazionale contro l’ISIS che fosse il più ampia possibile e nel cercare soluzioni per una transizione da Assad all’opposizione moderata, ad oggi non pervenute. L’ambiguo atteggiamento dell’Arabia Saudita, formalmente alleata di Washington, ma sospettata di finanziare l’ISIS sottobanco per controbilanciare la predominanza sciita nel Golfo, non è stato certo d’aiuto. Altra questione delicata per Obama è quella dei boot on the ground, una prospettiva che gli USA, nonostante l’invio di diversi commandos di forze speciali, continuano a rifiutare.

Molto più attiva di Washington è stata invece Teheran, che fin da subito ha inviato le sue milizie a combattere lo Stato Islamico e a difendere il regime di Damasco. Per l’Iran sciita non vi può essere nemico peggiore dell’ISIS sunnita, responsabile di numerosi massacri di sciiti e divenuto un pericolo diretto con la sua espansione in Iraq. Inoltre per Teheran il governo alawita di Assad, alleato fin dalla guerra contro l’Iraq del 1980-1989, è un vitale collegamento con le formazioni sciite della costa mediterranea, Hezbollah in primis.

In questo variegato mosaico dove ogni tessera è macchiata del sangue del popolo siriano trovare un compromesso è estremamente difficile, come dimostrano i ripetuti fallimenti dei negoziati di pace. Se la necessità di sconfiggere l’ISIS, della quale ho già parlato in passato, sembra essere condivisa (almeno a parole) da tutte le parti, non sembrano esservi molti altri punti di contatto. Il nuovo governo siriano resta uno dei maggiori punti di scontro, con l’Iran e la Russia a sostegno di Assad o di un suo successore, mentre per la Turchia e gli USA qualunque ipotesi che preveda ancora un regime alawita a Damasco non è accettabile. A ciò si aggiunge il problema dei curdi, le cui legittime aspirazioni di libertà mal si conciliano con la geopolitica mediorientale.

Nel frattempo questa guerra si è portata via le vite di centinaia di migliaia di persone, le case di oltre dieci milioni di siriani, ma soprattutto il futuro di tutti loro.

 

 

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