Di politically correct e Oscar

Il primo utilizzo ufficiale del termine politically correct risale a una sentenza della Corte Suprema del 1793 (!). Da allora, il termine più odiato e amato d’America si è evoluto parecchio, attraversando oceani e deserti per giungere in ogni angolo del globo.

In origine, il termine era usato in senso letterale: nell’URSS staliniana indicava tutto ciò che era politicamente ortodosso. Si trasferisce in Europa, sempre nell’ambito comunista, andando a caratterizzare il dibattito tra chi cercava di dare un fondamento scientifico al marxismo e chi si affidava religiosamente all’ortodossia.

E’ molto curioso come il termine si sia evoluto nel significato odierno, ossia tutto ciò che è rispettoso nei confronti di minoranze etniche, religioni e idee politiche: negli anni ’80, gli studenti americani nei campus universitari commentavano gli episodi di razzismo e sessismo con “Non molto politicamente corretto, compagno”, rifacendosi ai modi di dire dei gruppi studenteschi radicali degli anni ’60.

Come tutto ciò che si evolve per 200 anni, ci sono stadi evolutivi… poco piacevoli.

Ma dato che, come dice il Manuale delle Giovani Marmotte, “la pratica val più della grammatica”, andiamo a cogliere un esempio pratico di queste storture darwiniane.

Sapete tutti cosa sono gli Academy Awards (Oscars per i profani, tra cui il sottoscritto)? Per scrupolo (e paranoia) ci rinfreschiamo la memoria: sono i più prestigiosi premi cinematografici del mondo. Ogni anno una giuria, composta di circa seimila attori, sceneggiatori e registi fa una selezione di cinque o sei nomination per ogni categoria (miglior film, miglior regia ecc.), che vengono annunciate a fine gennaio, e dichiara il vincitore in una serata di gala a metà febbraio.

Quest’anno però la giuria ha nominato solamente attori bianchi. Ora, non è la prima volta che accade. E più e più critici hanno affermato che non ci sono state performances particolarmente brillanti da parte di attori neri nello scorso anno.

Evidentemente, però, non basta: l’attore Will Smith e il regista Spike Lee, afroamericani, hanno annunciato in stile Mosca ’80 che boicotteranno la cerimonia per l’evidente razzismo dimostrato dalla giuria (schiavista e supremazionista, aggiungerei).

Et voila, Darwin.

Ecco il parossismo: scandalizzarsi per un mancato e immeritato riconoscimento (ironicamente, Smith ha perso due volte da attori afroamericani) e tirare fuori una motivazione multiuso – il razzismo – per giustificare le proprie lagne.

Effettivamente, però, è vero che pochissime persone di colore lavorano nell’entertainment americano. Questo, più che un supposto odio da pre-guerra civile da parte di seimila persone tutte insieme, è il motivo (statistico) per cui avremo certamente vincitori bianchi agli Oscar.

Ci si può ragionare: perché una minoranza che rappresenta il 12% della popolazione americana è così sottorappresentata nel mondo dell’intrattenimento? E’ possibile porre rimedio a questa stortura?

Ma cercare di negare la bravura altrui e imporre così un livellamento artistico insensato, quello no. Ecco la vera natura dell’affirmative action (l’obbligo di quote di razza in determinati ambiti): un contentino per i più esagitati attivisti che abbassa il livello di abilità artistica o lavorativa di un certo ambiente, distogliendo l’attenzione dalla vera radice del divario razziale, dando l’illusione di aver sconfitto il razzismo una volta per tutte.

E’ un dibattito, quello sulle quote anti-discriminazione, molto acceso, in Italia (quote rosa) e altrove. Ma per quanto tutelare una minoranza possa essere importante, non lo si può – e non lo si deve – ottenere tramite lamentele sterili e cariche d’invidia.

Il politically correct, quindi, insieme con le sue dirette emanazioni, quali la sopracitata action, è diventato ormai un protocollo formale vuoto, che trascende l’ambito del rispetto razziale e di genere (sacrosanto) per diventare una norma pedante, e anche dannosa, in quanto funge da pericoloso paraocchi, rendendo paradossalmente più difficile combattere ciò che esso si prefigge di eliminare.

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