Schengen: il punto di non ritorno per l’Europa

Schengen.

Sulla cartina geografica è solo un puntino in Lussemburgo tra Francia e Germania, un piccolo comune circondato da vigneti.
Per l’Europa intera invece è la chiave di volta senza la quale rischia di crollare tutto quello che è stato costruito dalla dichiarazione Schuman ad oggi.

Gli accordi di Schengen hanno infatti dato piena attuazione ai principi contenuti nel Trattato di Roma, il quale riconosceva tra le quattro libertà fondamentali dell’allora CEE anche la libera circolazione delle persone tra i vari stati membri. Una libertà che prima era ancora soggetta a restrizioni è invece diventata totale negli anni ’90, segnando una svolta epocale nel processo dell’integrazione europea. Grazie alle firme apposte la prima volta a bordo di un battello sulle acque della Mosella l’Europa ha conosciuto un notevole sviluppo, con un aumento degli scambi commerciali per gli stati e delle opportunità di lavoro per i cittadini.

Ma Schengen è molto di più che un semplice successo economico: è l’unica cosa che ci fa sentire veramente cittadini europei. Che siamo studenti in Erasmus presso università straniere, imprenditori che investono in altri stati membri, lavoratori transfrontalieri o ragazzi in Interrail, tutti noi con l’abolizione delle frontiere interne possiamo renderci conto di cosa significhi davvero l’Europa unita. Non sono infatti le schede elettorali di Strasburgo o le direttive di Bruxelles a renderci parte della stessa comunità, ma i confini senza dogane, il viaggiare senza passaporto e il vivere all’estero senza necessità di visto o permesso di soggiorno.

Oggi, a trent’anni dalla sua nascita, Schengen sta attraversando il periodo più difficile della sua vita. La crisi dei rifugiati e i drammatici attacchi terroristici degli ultimi mesi hanno spinto molti stati membri a reintrodurre controlli alle frontiere in nome della sicurezza. Per capire quanto sia illusorio il riparo offerto dai rinnovati confini nazionali basta guardare le carte d’identità degli attentatori di Charlie Hebdo, tutti nati in Francia. La sicurezza sarebbe infatti molto meglio garantita da un’intensa collaborazione tra i servizi di sicurezza dei vari Paesi e da un controllo comune dei confini esterni, possibilmente svolto da un corpo europeo di polizia. Idee tutte queste che si possono rintracciare proprio nel testo degli accordi di Schengen. Non è con del filo spinato a Tarvisio o con una sbarra a Salisburgo che saremo effettivamente più protetti, ma con una vera condivisione dei dati fra le varie agenzie di intelligence del continente.

Anche dal punto di vista economico sospendere Schengen sarebbe controproducente. La sola reintroduzione dei controlli di sicurezza ai confini ridurrebbe pesantemente il commercio fra gli stati membri. Code interminabili di TIR in attesa di ispezione ad ogni valico o frontiera avrebbero un effetto devastante sulla timida ripresa economica del momento. Per non parlare poi del costo che i vari stati membri dovrebbero sostenere per tornare a vigilare sui propri confini tra personale, telecamere e posti di blocco. A tutto ciò andrebbe poi aggiunto il costo degli inevitabili ritardi che chi viaggia per lavoro in treno sarebbe costretto a subire a causa dei controlli di sicurezza ad ogni frontiera da attraversare.

Ma sospendere Schengen vorrebbe dire inoltre sospendere le libertà dei cittadini europei, sospendere i loro diritti fondamentali. Vorrebbe dire soprattutto mettere in discussione l’idea stessa di integrazione europea. Non avrebbe infatti molto senso discutere di unione politica, coordinamento economico o difesa comune in mancanza della possibilità di muoversi liberamente all’interno dell’UE. Neppure la moneta unica avrebbe più motivo di esistere senza l’opportunità effettiva di poterla andare a spendere in un altro stato. Infine vale la pena di ricordare, per quanto non sia quantificabile, l’enorme arricchimento culturale dei cittadini europei dovuto alla possibilità di muoversi liberamente per il continente. Insieme alle persone infatti viaggiano anche le idee, le opinioni e le speranze. Speranze come quelle di chi ha sognato e costruito un’Europa unita di cui tutti noi, da Calais a Lampedusa, da Lisbona ad Helsinki, potessimo sentirci parte.

Schengen non è un segno su una mappa o una firma apposta ad un trattato.
Schengen è il cuore stesso dell’Europa.

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