Una buona riforma costituzionale

Dopo decenni di sterili dibattiti sulla necessità di modificare la Costituzione, il governo Renzi in poco più di due anni potrebbe davvero completare la prima vera riforma costituzionale seria d’Italia. Con l’approvazione in Senato ieri si è infatti ormai ad un passo dalla fine dell’iter legislativo del disegno di legge Boschi. Dopo un’ultima lettura alla Camera prevista per aprile, la parola passerà ai cittadini. Il referendum di ottobre potrebbe quindi rappresentare una svolta epocale nella storia politica italiana, dimostrando che anche nella patria dell’immobilismo si possono cambiare le cose.

Questa riforma, meglio essere chiari fin dall’inizio, è tutt’altro che perfetta. Non si comprendono del tutto le reali funzioni e prerogative che spetteranno al nuovo Senato, il quale comunque avrà poteri assai limitati. Qualche dubbio lo suscita anche la sua composizione: dopotutto i consiglieri regionali non si sono certo dimostrati dei campioni di onestà e competenza. Altre perplessità sorgono infine dal fatto che per il momento non ci è neppure dato sapere come saranno effettivamente scelti i nuovi senatori. Il ddl Boschi rimanda infatti la questione ad una legge ordinaria da approvare successivamente.

Eppure questa riforma un merito ce l’ha, così grande da lasciare in secondo piano tutto il resto: abolisce finalmente il bicameralismo perfetto. Per 70 anni l’Italia è stata prigioniera di un sistema istituzionale che nei migliori casi rallentava, nei peggiori bloccava, qualunque tentativo di cambiamento. Nella mente dei nostri padri costituenti tale sistema era frutto delle paure di un nuovo ventennio: proprio per evitare che potesse mai ripetersi elaborarono un complesso modello di veti e contrappesi che rendeva intrinsecamente debole qualunque esecutivo. Timori questi assolutamente comprensibili nell’immediato dopoguerra, ma decisamente assurdi al giorno d’oggi, soprattutto se si considera cosa si è ottenuto con sette decadi di bicameralismo paritario. La necessità di una doppia approvazione per ogni singola legge ha reso l’attività legislativa incredibilmente lenta, in un Paese che non si è mai distinto per la celerità della sua politica. Ogni testo di legge ha richiesto l’approvazione nelle stesse identiche parole da parte di entrambe le camere, trasformando la produzione di leggi in un’interminabile ping pong istituzionale fra Montecitorio e Palazzo Madama. Leggi che dopo sei o otto passaggi parlamentari venivano approvate risultavano completamente snaturate rispetto all’intento iniziale a furia di modifiche. Per non parlare poi del fatto che i governi abbiano dovuto ricevere due fiducie, spesso e volentieri da camere che differivano per maggioranza interna. Una sola Camera, una sola fiducia, una sola votazione, questo è il principio alla base della revisione costituzionale.

Con la riforma viene inoltre fatto un po’ di ordine in senso fortemente centrista nella ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni. Dopo diverse modifiche del Titolo V della Costituzione, ognuna peggiore di quella che l’aveva preceduta, si torna sulla retta via. Materie che non vi era nessun motivo di affidare in tutto o in parte alle Regioni, come quella elettorale o di bilancio o addirittura politica estera, tornano pienamente nelle mani dello Stato centrale. Del resto è sotto gli occhi di tutti come l’idea di delegare maggiori poteri agli organi regionali abbia solo creato confusione a livello legislativo, sovrapposizione di responsabilità e un ulteriore livello di burocrazia (come se quella già esistente non fosse stata abbastanza). Senza dimenticare infine la miriade di contenziosi Stato-Regioni presso la Consulta, ricorsi quasi sempre frutto di una ripartizione delle competenze pensata male, scritta peggio ed interpretata come faceva comodo.

In vista della consultazione referendaria di ottobre molti hanno comunque già alzato gli scudi contro il ddl Boschi invitando gli Italiani a votare “no”. Questo variegato fronte va da chi vi si oppone unicamente per antipatia verso il Presidente del Consiglio a chi vi vede il pericolo di una deriva autoritaria. Lasciando perdere i primi, le paure dei secondi sono immotivate. In realtà non esiste nessun rischio di autoritarismo dato che l’esecutivo verrebbe sì rafforzato, ma la sovranità parlamentare non viene assolutamente messa in discussione. L’unico nuovo potere che verrebbe attribuito a Palazzo Chigi è infatti la possibilità di ottenere una corsia preferenziale per l’esame in aula dei propri disegni di legge, che andranno votati entro 70 giorni. Neppure si consegna il Paese nelle mani dell’esecutivo: il Governo dovrà rendere conto ad una maggioranza chiara scelta dagli elettori, non ad una fragile coalizione vittima dei ricatti dei partitini.

Certo, nel mondo ideale di Rodotà e Zagrebelski si scrivono solo costituzioni perfette che fanno funzionare perfettamente repubbliche altrettanto perfette, senza mai necessità di revisioni. Ma noi, a differenza loro, viviamo nel mondo reale. E nel mondo reale le alternative sono solo due: accettare una buona riforma che aspettiamo da anni o rimandare sine die la questione e tenerci nel frattempo il bicameralismo perfetto con tutti i suoi veti e i suoi tempi biblici per approvare le leggi.

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