L’anno che verrà

La chiaroveggenza è un’arte che lascio volentieri a chiromanti e indovini, tuttavia non serve la sfera di cristallo per capire che il 2016 sarà un anno difficile. Tante, troppe sono infatti le crisi ancora irrisolte che il mondo trascina con sé e che gettano ombre lunghe e minacciose sull’anno appena cominciato.

Il conflitto in Siria entra ormai nel suo quinto anno, senza che alcuna soluzione praticabile appaia all’orizzonte. L’intervento russo non ha portato i cambiamenti attesi e l’intera azione del Cremlino sembra assai più diretta al mantenimento di Assad (o nel caso lasciasse di un uomo vicino a Mosca) al potere che alla soppressione dell’ISIS.
Proprio l’ISIS, nonostante abbia iniziato la fase discendente dell sua parabola, resta ben lungi dall’essere sconfitto e le forti spaccature interne alla coalizione che dovrebbe porre fine al nero califfato continueranno a giocare in favore di al-Baghdadi.

L’Iran e l’Arabia Saudita hanno inoltre iniziato un pesante confronto per l’egemonia nel Golfo, trasformando i vari conflitti nell’area, a partire da quello Yemenita, in guerre per procura. Difficile dire se l’Iran ne uscirà veramente vincitore, ma è palese che la storica supremazia saudita risulterà fortemente intaccata (anche a causa dei dubbi rapporti di Riyad con l’ISIS) e il nuovo equilibrio ne dovrà tenere conto.
Nel corso del 2016 inoltre Tehran vedrà la fine delle sanzioni sul programma nucleare, la vera grande vittoria di Rouhani. Finalmente fuori dal ghetto diplomatico in cui era finito dopo la rivoluzione islamica del 1979, per l’Iran le prospettive future appaiono senz’altro rosee, soprattutto in virtù dell’accordo di Vienna che, per quanto imperfetto, nessuna delle parti avrà interesse a tradire.

Ma oltre che sul Medio Oriente gli occhi del mondo quest’anno saranno puntati su Washington, nell’attesa di scoprire chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Il posto probabilmente sarà di Hillary Clinton, favorita nelle presidenziali soprattutto a causa della mancanza di un vero sfidante nel fronte repubblicano. Il relativo vantaggio di Trump tra i suoi, sgradito però all’establishment del Grand Old Party, è infatti emblematico delle difficoltà di un partito che non riesce a trovare un vero candidato credibile (l’ultimo è stato George W. Bush, e questo la dice lunga).
Chiunque vinca si troverà comunque in mano un Paese sì economicamente risanato grazie agli sforzi di Obama e della FED, ma lacerato dalle tensioni razziali e dall’incubo delle armi troppo facili che continuano a mietere un numero di vittime inaccettabile per un Paese civilizzato. Incarico difficile anche sul fronte internazionale, in quanto il successore di Obama dovrà trovare il giusto equilibrio tra un disimpegno che rischia di aprire praterie a Cina e Russia ed un’opinione pubblica che di ulteriori impegni all’estero non vuole più saperne.

Sull’altra sponda dell’Atlantico la situazione non è certo migliore, anzi: l’UE si dibatte nella morsa di crescenti nazionalismi, alimentati dalla crisi dei rifugiati e da una ripresa economica che lascia ancora molti indietro. Qualunque passo falso dei governi o delle istituzioni comunitarie diventerà ulteriore benzina sul fuoco del populismo, un fuoco che già ora arde fin troppo vigorosamente. I leader europei dovranno dimostrarsi all’altezza della sfida che li attende: rinnovare il progetto europeo trovando al contempo le risposte da dare ai milioni di cittadini delusi tanto da Bruxelles quanto dalle rispettive capitali. Nel caso fallissero ci ritroveremmo con il grigio e triste scenario di un continente frammentato in 28 egoismi nazionali miopi e pericolosi.
Mai come quest’anno inoltre Schengen si trova in grave pericolo, con sempre più stati membri che reintroducono varie forme di controllo alle frontiere. Ed è inutile girarci intorno: senza Schengen non c’è più l’Europa unita. E senza l’Europa unita….

Dopo aver delineato un quadro a tinte così fosche è però il caso di aggiungere alcune pennellate luminose a questo 2016.
L’accordo raggiunto a Parigi sul clima finalmente non è il solito compromesso al ribasso e ci sono discrete probabilità che a partire dal 2016 si inizi ad affrontare con la dovuta attenzione un problema che sta raggiungendo proporzioni drammatiche e dannose per l’ordine mondiale.
Qualche buona notizia arriva anche dalla Libia, dove, nonostante le recenti violenze, sono state gettate le prime solide basi per una collaborazione tra i due governi al fine di pacificare il paese e mettere fine alla piaga del fondamentalismo islamico.
Infine, seppur solo sul piano economico, in Europa si può salutare il 2016 come l’anno in cui il sole tornerà finalmente a splendere su tutti, Grecia esclusa. La stessa Atene però guarderà al futuro con più ottimismo, conscia che il peggio è ormai alle spalle e che lo spettro di una Grexit è ormai svanito. La moneta unica difficilmente sarà sottoposta ad ulteriori simili tensioni, tensioni che peraltro, grazie alla BCE a guida Draghi, ha superato brillantemente.

Nel 2015 abbiamo salvato ancora una volta l’euro, ma nel 2016 dovremo salvare per la prima volta l’Europa.

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4 pensieri su “L’anno che verrà

    1. Alberto Rizzi

      In linea di massima sì: è un buco normativo che va colmato ed una questione di parità dei diritti. Credo che nel 2016 sia arrivato il momento per l’Italia di dare un riconoscimento e una tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso, lasciando da parte qualunque considerazione ideologica.

      Piace a 1 persona

  1. Pingback: Notizie dalla fine del mondo: Batmobili a guida autonoma, elezioni USA,tanta geopolitica e qualche proposito per l’anno nuovo | Liberali da Strapazzo

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