I guai dell’Università italiana

Prosegue la recherche di LdS sullo stato dell’arte nel sistema universitario italiano.  Senza intervenire, rischiamo di finire a produrre laureati d’eccellenza per Stati Uniti e Inghilterra, ci dice Daniele Biancardi, PhD student in Economics all’Università degli Studi di Milano.3_john-belushi-from-animal-house

D:Quali sono le aree più critiche dell’università italiana?

R:Prima di rispondere alla tua domanda, vorrei partire da un “punto 0”, cioè le condizioni di contorno, ovvero gli elementi strutturali che in un paese influenzano la domanda di lavoro qualificato, in Italia limitata da un sistema imprenditoriale poco avanzato; questo non si risolve con nessuna riforma dell’università, ma con le solite riforme, che andiamo ripetendo da anni: una giustizia più efficiente e sicura, un sistema finanziario più sviluppato, un mercato del lavoro meno rigido. Non dobbiamo cioè considerare l’Università come isolata dal sistema in cui si sorge: insomma, senza queste riforme ci limiteremmo, anche nel miglior caso, a produrre laureati di buona qualità che troveranno impiego a Londra o a New York.

D:Corriamo dunque il rischio di limitarci a formare la forza lavoro qualificata di altri paesi se non interverremo?

R:Esattamente. Venendo ora ai problemi più strettamente legati all’Università, mi sembra che il più grave sia l’elevato tasso di drop-out [tasso di abbandono, ndr]. E’ recentemente uscito un bell’articolo di Daniele Checchi su lavoce.info che mostrava come, fatto 100 gli iscritti alla laurea triennale, solo 55 la finiscono e, di questi 55, appena 14 arrivano a finire la laurea magistrale.

D:Si tratta di dati impressionanti, che mi spingono a porti una domanda un filo più “tecnica”: considerando che gli italiani si iscrivono meno all’università rispetto agli altri paesi sviluppati, noi dovremmo aspettarci che lo “studente marginale” italiano sia più motivato di quello, diciamo, francese, quando invece sembra essere il caso opposto. Come spieghi questa apparente contraddizione?

R:Io individuo principalmente due ragioni per cui gli studenti non finiscono il percorso di studi: anzitutto, essi sono in media meno preparati dei loro colleghi di altre nazioni; questo lo vediamo ad esempio nei dati PISA per gli studenti 15enni, in cui i nostri studenti sono fra i peggiori. E temo che se guardassimo fra i nostri studenti diciottenni la situazione non migliorerebbe granché: è infatti recentemente uscita un’indagine della Piaac-OCSE , che mostrano che i diplomati italiani, assieme a quelli spagnoli, sono quelli con le peggiori capacità logiche e di comprensione del testo e, addirittura, che un laureato italiano è uguale se non peggiore a un diplomato giapponese.

D:Una preparazione scolastica troppo debole come prima causa, dunque. E la seconda?

R:Un’altra problematica che ritengo molto importante è l’assenza di una divisione in Italia, come invece accade in molti altri Paesi, tra corsi per gli studenti di abilità media e corsi per gli studenti di èlite: così ad esempio in Francia abbiamo il sistema delle Grande école, mentre in molti altri paesi lo stesso corso presenta sia una più semplice traccia applicata che una più complessa traccia teorica. In Italia invece abbiamo una “taglia” che deve andare bene per tutti: un modello che poteva andare bene negli anni ’60, quando gli studenti universitari erano un piccolo gruppo sostanzialmente omogeneo, ma assolutamente inadatto alla situazione attuale: il risultato è un livello di difficoltà medio-alto che, da una parte, porta molti studenti o fuori corso o ad abbandonare gli studi; dall’altra, gli studenti d’élite trovano in genere questi corsi troppo semplici, e questo spiega il voto medio di laurea italiano, 107,5.

D:Passando alla parte propositiva, quali soluzioni pensi si possano individuare per migliorare l’Università del nostro paese?

R:Per quanto riguarda il problema della “taglia unica”, si sta, anche se in misura insufficiente, risolvendo da solo, soprattutto a livello di laurea magistrale, dove si tende a promuovere corsi più di eccellenza, quasi sempre in inglese. Occorre inoltre intervenire per potenziare i corsi triennali professionalizzanti, con una forte alternanza scuola-lavoro come nel modello tedesco o anglosassone. Una maggiore autonomia delle università potrebbe aiutare a velocizzare questo processo. A questo proposito, ritengo che la riforma Gelmini, pur con i suoi limiti, facesse dei seppur brevi passi nella giusta direzione: penso in particolare a una maggiore autonomia del CdA universitario o ai criteri per allocare risorse fra le università in base al merito, entrambe cose che reputo essenziali siano potenziate e portate a termine. Servirebbe inoltre una maggior premiazione del merito del corpo docenti: negli Stati Uniti, un ricercatore può guadagnare più di un ordinario del suo stesso dipartimento, se le sue competenze sono molto richieste. Senza arrivare a questi estremi, si può pensare a meccanismi salariali maggiormente legati al merito e meno all’anzianità: garantire un’allocazione delle risorse più efficiente, inoltre, renderebbe più conveniente aumentare gli investimenti in istruzione, ora effettivamente troppo bassi.

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