Mailgate, o come attaccare codardamente un candidato migliore di te

Sebbene dai media italiani sia stato poco percepito negli USA, terra dai mille scandali passeggeri, impazza il mailgate. Ma cos’è?

Partiamo da una premessa: riguarda Hillary Clinton. Si tenga bene a mente che negli ultimi mesi (anzi negli ultimi anni) la destra conservatrice e la sinistra socialdemocratica a stelle e strisce hanno fatto di tutto, con attacchi sessisti e capziosi (da ambo le parti), per farla passare come la malvagia candidata dell’estabilishment, la donna di Wall Street, l’altra faccia della medaglia Obama.

Durante il suo periodo da Segretario di Stato (il corrispettivo del nostro Ministro degli Esteri), dal 2009 al 2013, la Clinton non ha mai utilizzato un dominio governativo (.gov) per mandare o ricevere e-mail; ha sempre utilizzato un dominio personale (clintonemail.com), comprato nel 2008 per la (fallita) campagna presidenziale. La cosa è stata scoperta nel 2014, quando lo House Select Committee on Benghazi (commissione della Camera dei Rappresentanti per le indagini sugli attacchi del settembre 2012 al consolato statunitense a Bengasi, dove morì l’ambasciatore Stevens) richiese le mail che in quei momenti convulsi aveva scambiato con Sidney Blumenthal, suo amico e consigliere. Il Dipartimento di Stato, accortosi dell’utilizzo di un dominio privato, richiese ai quattro Segretari di Stato più recenti (Albright, Powell, Rice e Clinton) copia delle mail di lavoro inviate durante i loro mandati. Lo staff di Hillary consegnò circa 55,000 pagine di mail.

Subito partirono attacchi da ogni posizione, dai repubblicani ai democratici a lei ostili, volti a screditarla in quanto untrustable, non credibile. Per mesi e mesi sui principali canali televisivi americani non si assistette ad altro se non speculazioni sul cosiddetto emailgate. Certamente l’occasione era allettante – è una scenografia quasi cinematografica, quella del politico malvagio e corrotto che non fa sapere ai suoi elettori cosa realmente accade behind the curtains– e gli avvoltoi che riempiono i talk show americani si tuffarono.

Ma, in un modo che per certi versi è molto italiano, i detrattori della Clinton non hanno preso in considerazione un paio di punti diciamo essenziali. Certamente l’utilizzare la propria mail per faccende che riguardano la sicurezza di una Nazione può sembrare poco professionale (e molto poco sicuro, non essendo il server dei Clinton criptato come quello governativo), ma:

1) tutti i precedenti Segretari di Stato che hanno servito nell’era di Internet hanno fatto esattamente come lei. Il primo a usare esclusivamente il servizio di posta elettronica del Dipartimento di Stato è stato John Kerry, suo successore.

2) l’utilizzo di posta elettronica privata per questioni di governo era consentito dalla legge durante il suo mandato. Il Federal Records Act, la legge che regola il trattamento dei dei documenti governativi, fino al 2014 raccomandava solamente l’uso di un server governativo, e consentiva l’uso di uno privato a patto che le mail inviate e ricevute fossero consultabili dal governo (e lo staff della Clinton ha adempito a questa disposizione). Nel 2014, a seguito dello scoppio dell’emailgate, la legge venne emendata rendendo obbligatorio l’uso di mail fornite dal governo per le questioni di lavoro, per tutti i dipendenti pubblici.

Cosa insegna questa storiella di uno scandalo che non è uno scandalo? Insegna che se un candidato è un gigante, politicamente e umanamente, per tirarlo giù si ricorre a tutto. Persino alle cose legali che fa.

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