Capire la Russia, sul serio.

“Москва не Россиа, Россиа не Москва.”

Mosca non è Russia e la Russia non è Mosca. Ho scoperto che questo detto non potrebbe essere più vero.

Mosca, capitale politica, economica e culturale di un continente. Mosca, quella che ti permette di rispondere alla domanda: “Mai vivresti in Russia? Si, ma a Mosca… centro”. Mosca dove noi occidentali possiamo trovare qualsiasi cosa che soddisfi ogni capriccio: dal cinema in inglese in cui guardare l’ultimo Star Wars, alle catene nostrane dove comprare regali per le nostre ragazze e famiglie. In cui se vogliamo andare a vedere una mostra di qualsiasi artista la troviamo, e se vogliamo i rigatoni Barilla troviamo anche quelli. Mosca, dove viziati figli di oligarchi, nuovi russi si fanno chiamare, possono tranquillamente vivere in quel loro mondo, dove il rispetto si misura in base al numero di capi griffati e alla cilindrata del Mercedes che guidano per andare in università. Dove il comunismo è stato relegato alle fermate della metro, a qualche museo sporco e in disuso, e a quella narrativa che tutt’oggi è alla base dell’orgoglio di una nazione.

Mosca, dove passeggiando per il centro puoi affermare quanto sia bella questa città, con il suo misto di europeità e peculiarità russe. Dove tutto è perfetto, le strade sono pulite, fa freddo ma non troppo, nevica ma dopo poco la neve si scioglie. Qui la metropolitana funziona benissimo e la gente, se non parla inglese, quantomeno lo capisce.

Ed è tramite questa città con la sua ricchezza e perfezione, che il governo vuole mostrarsi al mondo. Si ha sempre l’impressione, camminando per la Trevskaya, o nel vecchio Arbat, che non si muova foglia che Putin (o i suoi amici) non voglia. Intrappolata in questa immobilità, in questa gabbia dorata, il panorama culturale della capitale si ritrova castrato, inabilitato a esprimere il suo potenziale, ad aprire un dibattito politico e sul futuro che ci si aspetterebbe in un posto del genere.

Tutte le università migliori del paese sono qui. Qui vivono gli intellettuali, e passano gli stranieri. In un terreno potenzialmente florido per la nascita di qualsiasi tipo di idea, quasi tutto si riduce alla autenticazione o alla passiva accettazione del potere. Questa vicinanza fisica al governo fa si che in pochi vogliano parlare di politica, e ancora meno osino esprimere opinioni critiche. L’abbassare la voce quando si affrontano certi argomenti, quel patriottismo, estremo del “Io sono russo, e solo io posso criticare la Russia”, quei negozi in pieno centro che vendono magliette agiografiche del Presidente, concorrono tutti alla glorificazione del regime e alla distruzione di qualsiasi movimento d’opposizione all’ordine esistente.

E poi abbiamo il resto del paese. Uno stato sconfinato, ridotto nella nostra comune immaginazione, a distese di neve, casermoni sovietici, alcol e droghe. Un far-west inospitale, pieno di giovani dal grilletto facile e dalla lama ancora di più, pronti ad assaltare chiunque non gli stia a genio.

La curiosità e la voglia di avventura mi hanno spinto ad esplorarlo. Volevo liberarmi da questi stereotipi, avevo fame di conoscenza. Mi sono preso qualche pausa da un’università oggettivamente tediosa e sono partito, ho viaggiato, ho vissuto la Russia.

E così il mio peregrinare mi ha portato prima nel deserto dei Tatari, poi nell’Anello d’Oro. Sono stato a sud, sul Mar Nero e nell’estremo nord, oltre il Circolo Polare. E poi, soprattutto, ho passato il natale a Chelyabinsk.

In questa enorme città, la porta della Siberia la chiamano, ho avuto la fortuna di essere ospitato per qualche giorno da una coppia di amici del posto. E qui ho finalmente capito il senso di quel motto.

Chelyabinsk è una città industriale, tutti lavorano in fabbrica. Il traffico è intasato da vecchie Lada, infangate, spartane, ma che funzionano con qualsiasi condizione ambientale e a qualsiasi temperatura. Qui di BMW se ne vedono pochi. “I ricchi della città si comprano i macchinoni grossi per sopperire ad altre mancanze” mi dice con un tocco di malizia (e forse pure di invidia) il mio ospite. Qui non vedi ricche fighette che vanno in giro con pelliccia e leggins. Qui fa freddo ma la gente si copre come può. Qui, guardando i miei stivali Timberland mi chiedono, stupefatti, se siano originali. Perché in Russia nessuno può permettersi dei Timberland originali, costano troppo. E io, rosso di imbarazzo, mi invento sul momento che si, sono originali, ma li ho comprati tanti anni fa ed erano stra-scontati in quanto pieni di difetti di fabbrica. La loro cortesia li porta a fare finta di credermi e non indagare oltre, e io, sentendomi profondamente in colpa, mi rendo conto di quanto tutto possa essere relativo, di quanto degli scarponi che non trovavo economici, ma neanche particolarmente cari, non possano essere concepibili in un altro ambiente.

E questo senso di colpa per avere la fortuna di essere nato in occidente, e non avere mai avuto difficoltà in vita mia, mi accompagna per tutta la mia visita in città. Non riesco e non voglio raccontare nulla della mia vita, per paura che ciò che a noi sembra scontato e banale non lo sia qui, e qualsiasi cosa dico possa darmi un’aura di ricchezza, benessere e superiorità.

Ma è qui, in questi tre giorni, che ho iniziato a capire profondamente il senso di questo paese. Vedevo negli occhi dei miei ospiti, sempre gentilissimi, la voglia di mostrare a uno straniero quanto la loro città possa essere interessante e vitale. Ero il primo italiano che conoscevano in vita loro, dicevano. Ed effettivamente, camminando per la città, parlando il nostro misto di russo-inglese, attiravamo tutti gli sguardi, alquanto incuriositi, degli altri passanti.

Mi hanno adottato, sono diventato un membro della loro famiglia, con tanto di foto finale di fronte all’albero di Natale. Mi hanno aperto la loro casa e donato tutto loro affetto, mostrato in lungo e in largo una città tagliata fuori da qualsiasi rotta e da qualsiasi viaggiatore. Qui ho visto scene che mai avrei immaginato: da scivoli e sculture interamente in ghiaccio nell’onnipresente e centrale Piazza della Rivoluzione (quella da cui partono Viale Lenin e Via Karl Marx, per intenderci), a famiglie che portavano a spasso i loro bimbi trainandoli su delle slitte. Orsi in gabbia e ragazzi che pattinavano e giocavano a hockey su un lago ghiacciato. Scene, che insomma, pensavo esistessero oramai solo più sulle scatole di latta dei biscotti.

Ho visto appartamenti costruiti in epoca sovietica con due camere, un cucinino e poco di più, e quelli più ricchi in palazzi moderni con il riscaldamento sul pavimento e pareti di marmo. Mi sono informato, ho scoperto molte usanze e superstizioni locali. Ora so che prima di un lungo viaggio è usanza sedersi tutti per qualche secondo, in silenzio, per augurare buona fortuna. E qui, finalmente, ho parlato liberamente.

Sarà che Mosca è lontana, che il potere centrale ha comunque difficoltà a propagarsi per le pianure e le montagne. Probabilmente la gente di quello che dice il Cremlino, imponente palazzo su una Piazza Rossa che in ben pochi hanno visitato, se ne frega. Non solo a Chelyabinsk, ma ovunque nei miei viaggi, ho trovato persone disposte a chiacchierare e mettere in discussione l’attuale stato delle cose.

Nel sud del paese, ho avuto un’interessante conversazione con un audace taxista. Egli parlava un italiano pressoché perfetto con un vago accento romagnolo, frutto di dieci anni passati a spaccarsi la schiena, facendo il muratore a Rimini. “Cornuto” ha definito Putin, colpevole, secondo lui, di aver ucciso il turismo dopo l’annessione della Crimea, e le conseguenti sanzioni. O a Murmansk, dove le t-shirt con sopra il faccione del presidente vengono nascoste nei negozi, messi in un angolo con quel senso di cortese imbarazzo, che solo le persone lontane dalla capitale si possono permettere. O ancora a Kazan: “Dopo i fatti della Crimea, Putin viene glorificato e santificato, sembra quasi sia il meglio che potrebbe capitarci. Bene, non è così.”

Con ciò non voglio dire che ci sia una dicotomia, per quanto riguarda le preferenze politiche, tra campagna e città. So benissimo che non è così. E che effettivamente il governo ha tassi altissimi di popolarità, percentuali impossibili (certamente auspicate) dai nostri leader occidentali.

Ma quel patriottismo, quel senso di appartenenza alla “Madre Patria”, che tiene unito un paese enorme, crocevia di popoli distanti e differenti, non si declina dappertutto in un‘acritica accettazione dell’attuale governo. Qui l’orgoglio russo è incentrato sul paese e sulle sue virtù, piuttosto che sul personalismo dell’uomo Putin, come avviene a Mosca. E in fatti, qualsiasi mia domanda che avesse una possibile accezione negativa, e che iniziasse con: “Perché in Russia”, aveva come preambolo della risposta “non è solo un problema russo”.

In sostanza, sono convinto che, sia per le difficoltà linguistiche che culturali, mai riuscirò a capire e comprendere a fondo questa interessantissima cultura. Sono felice di avere fatto dei passi avanti, probabilmente non riusciti ai miei compagni in scambio qui a Mosca , nello scoprire un paio di facce di questa caleidoscopica realtà.

Sarebbe tuttavia auspicabile che gli illustri commentatori e politici nostrani, prima di glorificare o demonizzare le azioni della Russia e del suo presidente, facciano propria, e si ricordino sempre, la seguente frase: “Москва не Россиа, Россиа не Москва.”

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