I bias degli elettori

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Scopo di questo articolo è sostenere che l’opinione pubblica tenda spesso a riflettere in maniera distorta riguardo alle scelte di politica economica, in quanto su di essa agiscono quello che gli psicologi cognitivisti chiamano bias, ovvero errori sistematici indotti dal frame in cui viene presentata una data questione.

Presenterò quindi, in maniera un po’ traslata, alcuni esempi di fallacie nella valutazione dei risvolti economici di politiche pubbliche: dobbiamo pensare al bias come all’equivalente cognitivo di un’illusione ottica: come due segmenti , posti in certi rapporti rispetto al punto di fuga paiono di misura diversa anche se sono uguali, così certe meccanismi economici, se posti in un certo frame contestuale, vengono sistematicamente ignorati. Va da se che più aumenta la competenza economica dell’elettore, più aumenta la sua possibilità di effettuare un’operazione di debiasing. A questo proposito può valere la pena notare come l’Italia registri degli score molto bassi nei test di competenza economico-finanziaria.

In un certo senso, vorremmo sostenere che se la classe politica presenta politiche economiche inefficaci, questo è anche dovuto al fatto che interagisce con un elettorato che spesso manifesta proposte e reazioni irrazionali a tal riguardo.

Il policymaker può senz’altro compiere scelta di finanza pubblica inefficace per problemi “lato offerta” (assenza di vincoli costituzionali, politiche efficaci sul breve termine ma dannoso sul lungo –vedi monetizzazione del debito Argentina-, vantaggi di alcuni blocchi di elettori); quindi, in sintesi, per corruzione e malafede.

Ma il “lato domanda”, ovvero l’elettorato, è una funzione importante, perché la sua percezione delle politiche pubbliche, se offuscate da bias e incompetenza, può spingere i policy maker a optare per politiche poco efficienti.

Pertanto, non è qui mia intenzione studiare né tantomeno giudicare generiche posizioni economiche (per esempio, la politica ottimale di una banca centrale, quali settori devono rimanere pubblici e quali devono essere privatizzati, etc.). Come giustamente notava John Cochrane, non esiste su pressoché nessun punto della teoria economica un consenso unanime: si deve considerare che è una scienza molto giovane, nata sostanzialmente nel XVIII secolo, e rimasta ferma a concettualizzazioni teoriche fino a che banche dati e sistemi informatici non hanno permesso un’analisi seria di una grossa massa di dati.

Presenterò di seguito una serie di casi concreti in cui questi bias si manifestano.

1 La scuola pubblica

Vorrei iniziare con un esempio che mi è molto caro, ovvero quello della scuola pubblica: vi è una forte retorica che sostiene che, in una scuola pubblica fatiscente e priva di finanziamenti, sia vergognoso che lo Stato finanzi la scuola privata. Posizione che parrebbe legittima. Ma c’è un piccolo ma non irrilevante salto logico in questo ragionamento, che lo rende fallace: stiamo parlando d’istituti che operano nello stesso settore. Mi spiego: poniamo che uno studente di una scuola privata finanziata pubblicamente costi allo Stato 400 euro l’anno. Se i finanziamenti vengono tolti, una parte di scuole private uscirà dal mercato, un’altra alzerà le rette, comportando una diminuzione delle iscrizioni. Il risultato sarà dunque che un certo numero di giovani si sposterò dalle scuole private a quelle pubbliche. Quindi, studenti che prima costavano allo Stato 400 euro, adesso che studiano in una scuola pubblica ne costano 6000 (disclamer: le cifre sono di mia invenzione, mi interessa comunicare l’unità di grandezza) . La riduzione dei sussidi alle scuole private ha dunque portato a un incremento dei costi alla scuola pubblica, invece che il contrario.

Per inciso, forse la fallacia più curiosa è quella più generale: la costante richiesta da parte dell’elettorato di una riduzione della tassazione da un lato e un aumento dei servizi dall’altro. Possiamo e dobbiamo criticare i policy maker per coperture finanziare raffazzonate, se però gli instant poll, su cui volenti o dolenti ormai la politica si basa in parte non inconsistente, riportano indicazioni contrastanti da schizofrenia da doppio legame batesoniano, forse anche questo è un punto che vale la pena considerare.

 

  1. Il “bene comune”

Parlerò, tradendo in parte la mia premessa iniziale, di una precisa linea di pensiero, vale a dire il “bene comune”, così come elaborato dalla commissione presieduta da Rodotà. A giustificazione però di una mia sostanziale coerenza dirò che tale elaborazione rappresenta quello che si potrebbe definire un artefatto ideologico: un discorso che introietta assiologie vaghe e prescrizioni deontologiche: appercezioni intuitive morali che declinano l’agire politico, ma che rendono il sottostante discorso economico qualcosa al cui confronto le opere di Duchamp erano da ascriversi alla poetica dell’iperrealismo.

In sintesi: i beni comuni che vengono analizzati non sono reali public goods, vale a dire beni che non godono della proprietà di non esclusività, per cui un aumento dei fruitori non diminuisce la quota del bene fruito (ad esempio, io godo della stessa quantità di illuminazione stradale sia che la strada sia deserta sia che sia molto affollata). Se il bene definito come comune, me è scarso, la priorità dovrebbe essere quello di diminuirne la scarsità: e qui un mix di strumenti di mercato e di investimenti in ricerca e sviluppo sembra essere un’opzione più efficace che limitarsi a scaricare sulla fiscalità generale parte del costo del bene (cosa che sortisce l’effetto opposto, inducendo allo spreco in quanto il bene non viene percepito come scarso dato il suo basso prezzo).

Il punto qui è molto semplice in realtà (prendiamo l’esempio dell’acqua, grande battaglia referendaria del 2010): non si tratta di un’analisi se il privato, che nel gestire una rete deve avere una remunerazione da capitale, sia in ogni caso conveniente perché gestisce la rete in maniera più efficiente. Tale discorso non è neanche entrato nell’opinione pubblica: l’acqua è un bene comune, ergo deve rimanere pubblica: sfortunatamente questo enunciato non considera neppure la qualità del servizio ottenuta dal cittadino ma, alla maniera dei vecchi filosofi della Scolastica, preferisce affidarsi alla concatenazione logica di concetti astratti.

  1. I bias egoistici

Infine, ma non meno importanti, i bias “egoistici”: le persone tendono a considerare forme di assistenza statale come una giusta remunerazione, se usufruiscono di tali servizi: è esperienza comune a molti di noi il fatto che sia pressoché impossibile convincere un pensionato medio che, se il suo contributo al suo montante pensionistico è poco meno della metà, risulta difficile sostenere che esso risponda a esigenze di giustizia distributiva.

Rafforzerò questo argomento prendendo un esempio da oltreoceano: negli USA, da alcuni anni, la destra repubblicana è animata da un movimento fortemente antistatlista, il Tea Party: costoro si battono contro ogni forma di intervento statale, e accusano pressoché qualsiasi programma di assistenza sociale di statale di “socialismo”. Ma le enunciazione generiche spesso differiscono dai giudizi concreti. Grazie a un’indagine condotta da una professoressa di Harvard(1), sappiamo che la maggior parte dei tea parties reputava ingiusta e aberrante qualsiasi forma di assistenza pubblica, eccetto quelle di cui loro o i loro familiari beneficiavano: così il tea partier con il cugino che fruiva del programma di assistenza ai veterani si affrettava a specificare che quel programma era un giusto compenso per un uomo che aveva difeso la nazione; il tea partier che beneficiava dell’ObamaCare spiegava che il suo essere stato un “hard worker” lo rendeva degno titolare di tale programma di assistenza medica. Se persino gli anarco-capitalisti americani tendono a subire distorsioni nei loro ragionamenti economici quando cambia il frame di riferimento, forse vale davvero la pena approfondire la questione.

Come si può agire in merito? Maggiore educazione economica, anche nelle scuole? Battaglie culturali? O, proporrebbe il fatalista, una stoica rassegnazione? Sicuramente bisogna ragionare, riflettere e capire, e presto i Liberali da Strapazzo proporranno una serie di eventi su questa intrigante tematica. Stay tuned.

 

(1)Si veda “The Tea Party and the remaking of republican conservatorivism”, Theda Skocpol an Vanessa Williamson, Oxford University press, 2012

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