L’inverno sta arrivando

Non ho mai fatto mistero delle mie posizioni interventiste (mi autocito QUI) o della fermezza con cui ritengo che l’Europa debba costituire un esercito comune e dotarsi di un’unica politica estera: un passaggio obbligato per fare del Vecchio Mondo un centro di stabilità geopolitica e luogo d’incontro tra l’Occidente atlantista, l’Europa Orientale (la Russia) e il Medio Oriente mediterraneo.

Sogno? Forse. Ma qui la realtà dei fatti: François Hollande ha inviato la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo orientale per bombardare le posizioni Isis insieme a Vladimir Putin e l’esercito russo (2000 soldati boots-on-the-ground accanto a Bashar al-Assad) e, a breve, a David Cameron, il quale ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione per azioni di guerra contro l’Isis. Nella melma siriana si aggiungono gli Stati Uniti, i Pasdaran iraniani e le milizie che a vario genere e a vario titolo combattono per i propri interessi (curdi, ribelli siriani, jihadisti di varia declinazione). Un pastrocchio che avvelena le relazioni internazionali e inasprisce la già instabile regione mediorientale.

Lasciamo la geopolitica a chi ne sa e concentriamoci su di noi. Pongo di seguito qualche tema che dovrebbe interessare noi come Occidentali e la nostra (meravigliosa) classe politica europea.

L’immigrazione: parliamone seriamente

Perché non affrontiamo il tema immigrazione con la giusta serietà? È mai possibile che, almeno in Italia, le uniche posizioni visibili e discusse siano le sparate salviniane o l’apertura senza se e senza ma di una certa sinistra troppo impegnata a dirsi e dimostrarsi “migliore” per affrontare l’argomento? L’immigrazione tocca una miriade di punti sensibili delle società: l’integrazione, l’accettazione del diverso, la convivenza, la miscela di culture e, perché no?, il degrado delle periferie urbane, centro attrattivo di molti migranti allo sbando. La risposta all’immigrazione non è l’abolizione di simboli religiosi dai luoghi pubblici (perché poi?) o il divieto di fare i canti di Natale nelle scuole elementari (sì, accade, per “rispettare la cultura altrui”), così come la risposta al degrado urbano non è “Ma stanno scappando da una guerra!”, umanesimo più di facciata che di sostanza visto che nella realtà dei fatti chi vede degradare il posto in cui vive – tra le varie conseguenze di una immigrazione massiccia – ha come primo istinto l’incazzatura. L’immigrazione è il tema del XXI secolo: accettiamolo e discutiamone prima di esserne travolti in silenzio.

Sicurezza e libertà

All’epoca dei vari governi Berlusconi, Marco Travaglio aveva lanciato un grido di sfida che, letto a distanza di qualche anno, dà ancora i brividi: intercettateci tutti, diceva, tanto chi non ha nulla da nascondere non ha problemi. Lo pensava anche la Stasi nella Berlino Est.
Quanta libertà siamo disposti a sacrificare in nome della sicurezza? Il sogno europeo della mia generazione è l’assenza di frontiere, il viaggio come scoperta di un aspetto diverso dell’Europa come parte di un unico continente che condivide radici, storia e cultura. Così come il sogno europeo era l’unità, il sogno occidentale era la libertà, la cacciata dello Stato dentro confini ben precisi da cui non potesse dolere alle libertà e alla privacy dei singoli individui: l’Occidente è patria dell’individuo, e l’individuo è responsabile solo davanti a se stesso se il suo agire non intacca i diritti del prossimo. Quanti gradi di libertà siamo disposti a sacrificare in nome di maggiori controlli e sicurezza? Siamo disponibili a lasciarci intercettare in nome della lotta al terrorismo internazionale? Ricordo solo la perplessità degli europei davanti al Patriot Act di Bush Junior, confermato da Obama e promosso – per certi aspetti – dal governo socialista di Hollande. Pensiamoci.

Combattiamo questa guerra

Una guerra su campi di battaglia lontani non è traumatica: le notizie sono echi lontani. A rigor di logica, una guerra combattuta dai Paesi europei e finanziata a deficit (come il Governo francese ha già proclamato davanti ai rappresentanti della Commissione europea) potrebbe anche risollevare la stagnante economia continentale. Cinismo: lo so.
Una guerra moderna, combattuta davanti alle telecamere del mondo, contro un nemico già infiltrato tra noi, è una faccenda diversa: siamo pronti a subire le pressioni psicologiche che lo scontro comporta? Le navi dei migranti in fuga, gli attentati, i morti: siamo pronti a leggere e guardare – e talvolta, ahimè, subire – una guerra a poche migliaia di chilometri dai confini europei?

“L’inverno sta arrivando”? Prepariamoci.

 

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