Come affrontare l’ISIS

Dopo gli attacchi di Parigi in tutta Europa sono scattate imponenti misure antiterrorismo. Da Bruxelles a Milano le metro vengono chiuse al primo allarme e tanto in Andalusia quanto nella Renania poliziotti e corpi speciali pattugliano le strade della grandi città. Roma, il cuore dell’Occidente cristiano, si prepara al Giubileo in un clima di paura ed insicurezza che ricorda gli anni di piombo.

L’antiterrorismo non è però sufficiente a fermare la minaccia jihadista.
Le tattiche utilizzate con successo contro al-Qaeda questa volta non funzioneranno. Semplicemente non sono adatte perché l’ISIS non è un’organizzazione terroristica, come ho già spiegato in precedenza in questa sede, ma uno stato de facto, con una sua economia ed un suo esercito. Comprendere questa natura statale dello Stato (appunto) Islamico è indispensabile per elaborare una strategia efficace per combatterlo.

La guerra convenzionale contro uno stato prevede tre differenti elementi per sconfiggere il nemico: minare la sua volontà di combattere, privarlo delle risorse e distruggere la sua capacità militare. Tuttavia questo impianto strategico non può essere pienamente applicato ad uno sforzo bellico contro l’ISIS.
Dato che l’intera ideologia alla base dello Stato Islamico si basa sulla guerra contro gli infedeli e i nemici di Allah (intesi come chiunque non condivida le posizioni del Califfato) pensare di poterne annichilire facilmente la volontà di combattere è pura utopia. Molto meglio dunque concentrarsi sul bloccarne la propaganda all’estero, quella propaganda che ha portato molti foreign fighters dalle periferie delle capitali europee alle sabbie siriane.

Allo stesso modo privare l’ISIS delle proprie risorse non è semplice come potrebbe apparire. Molte delle sue entrate provengono dalla vendita di petrolio, ma l’idea di distruggerne i siti di estrazione e le infrastrutture per il trasporto del greggio, dalle strade agli oleodotti, rischia di essere assai controproducente. Privare una terra povera dell’unica risorsa che possiede e dei mezzi per sfruttarla avrebbe infatti delle conseguenze disastrose per la popolazione, creando quella situazione di rabbia e mancanza di opportunità che da sempre è l’habitat ideale per lo sviluppo di movimenti insurrezionali. Così facendo si indebolirebbe sì il Califfato, ma costruendo al contempo l’ambiente perfetto perché si formi qualcos’altro di molto simile nei tempi futuri.

Appare dunque chiaro che il principale obiettivo di una strategia efficace contro l’ISIS dovrà essere quello di azzerarne la capacità bellica. Tale compito fortunatamente non è particolarmente complesso data l’evidente disparità di forze a favore della coalizione internazionale. Tuttavia condurre una guerra su piena scala sarebbe una follia: dopo oltre un decennio di costose missioni estere l’opinione pubblica occidentale (soprattutto statunitense) non sosterrebbe mai l’intenso impegno bellico necessario ad annientare l’ISIS e la successiva lunga occupazione del territorio che seguirebbe.

La campagna militare dovrà quindi essere limitata, combinando elementi tipici della guerra convenzionale quali bombardamenti su centri di comando ed un’offensiva terrestre con azioni tipiche della counter-insurgency, come raid delle forze speciali ed azioni mirate con l’uso dei droni contro i vertici del Califfato.
Accanto a ciò sarà necessaria anche un’intensa attività diplomatica che porti ad isolare l’ISIS sul piano internazionale e a rendere più coesa l’ampia galassia dei suoi avversari che va dai peshmerga curdi all’Iran sciita, passando per le democrazie europee e le ambigue monarchie del Golfo.
Infine bisognerà affiancare a questi due elementi un imponente lavoro collettivo di intelligence che preveda un reale scambio di informazioni tra i membri della coalizione. Gli obiettivi dovranno essere da un lato il contenimento della propaganda jihadista, specialmente via web, e dall’altro l’individuazione e il blocco di tutte quelle fonti di finanziamento dall’estero al Califfato, comprendenti perfino pagamenti con i servizi di money transfer e finte fondazioni caritatevoli.

Naturalmente non si tratta di una strategia semplice né di rapida realizzazione, ma le nere bandiere dell’ISIS sventolano già da troppo tempo su Raqqa e Mosul e se non si agisce presto inizieranno ad essere considerate parte della geografia del Medio Oriente.

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5 pensieri su “Come affrontare l’ISIS

  1. Articolo davvero interessante, ma, secondo me, sarà fondamentale non ripetere i gravi errori della strategia di Bush post 11 settembre e gli 8 milioni di civili tra Siria e Iraq non dovranno essere i primi a rimetterci nell’intervento militare, come fu in passato (1 milione di civili iracheni uccisi, 200 mila afghani e 80 mila pakistani)

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    1. Alberto Rizzi

      Una certa percentuale di vittime civili in una guerra è assolutamente inevitabile, ma bisogna comunque cercare di limitarle il più possibile. A maggior ragione in questo momento, per cui escluderei bombardamenti a tappeto per compierne solo di mirati su obiettivi militari, soprattutto per non aiutare l’ISIS a guadagnare ulteriore consenso.
      Di errori strategici comunque l’amministrazione Bush ne ha fatti di assai più gravi tanto in Afghanistan quanto in Iraq, quello dei tanti civili morti tutto sommato è secondario dal mio punto di vista.

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  2. Alberto Rizzi

    Naturalmente condivido, anche se gli attacchi di Parigi non hanno avuto un impatto nella crescita del FN: le percentuali erano le stesse anche prima ed a Parigi è stato tra i partiti meno votati. Le radici di questa crescita sono sia nazionali che europee: da una parte una politica francese che di progressi negli ultimi anni ne ha fatti ben pochi e dall’altra un’Europa incapace di dare le risposte che molti cittadini le chiedono.
    Proprio per questo servono non solo una reazione della società civile e della classe politica, ma anche un cambiamento a livello comunitario verso una sempre maggiore integrazione.

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  3. Pingback: Siria: guerra senza fine – Liberali da Strapazzo

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