Sicurezza e democrazia – Parigi soffre

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La Tour Eiffel con il tricolore francese

Come tutti ben sappiamo, il 13 novembre 2015 si sono scatenate tre esplosioni e cinque sparatorie nella Ville Lumière, provocando centinaia di morti e seminando terrore nella capitale francese. Dopo questi attentati, rivendicati successivamente dall’ISIS, susseguitisi nel giro di poche ore nella capitale parigina, e mentre i sequestri si stavano ancora tenendo, le autorità politiche domestiche e straniere non hanno tardato a reagire: numerose sono state le condanne provenienti da tutto il mondo, ma, ovviamente, la reazione più dura è venuta all’interno della Francia con l’intervento del Presidente della Repubblica François Hollande.

Durante la concitazione causata dalle aggressioni, il Presidente si è rivolto direttamente alla popolazione francese per mezzo televisivo, annunciando due provvedimenti immediati per contenere la pericolosità della situazione:

Numero 1) La dichiarazione dello stato di emergenza, che prevede perquisizioni e fermi senza bisogno dell’autorità giudiziaria. Stato che può rimanere in vigore per 12 giorni e poi, per essere prolungato, deve essere fatto approvare un provvedimento ad hoc.
Numero 2) La chiusura delle frontiere, sospendendo temporaneamente il trattato di Schengen e la libera circolazione delle persone.

Finita l’agitazione, il Presidente ha poi richiesto tre giorni dopo gli attentati la presenza di entrambe le Camere dell’Assemblé Nationale (ndr, il Parlamento francese) a Versailles per un discorso che, a mio avviso, rimarrà impresso nelle memorie dei francesi e degli europei per lungo

French President Francois Hollande reacts as he delivers a speech at a special congress of the joint upper and lower houses of parliament at the Palace of Versailles, near Paris
Hollande durante il discorso davanti alle Camere congiunte

tempo. In questo discorso il Presidente ha delineato la risposta francese nel lungo termine: innanzitutto, ha affermato che i bombardamenti francesi si sarebbero fatti più frequenti e più insistenti in Siria e contro le roccaforti del Daesh (in particolare Raqqa) per indebolirli ulteriormente fra le loro mura, per poi affermare che la chiusura delle frontiere non significhi che la Francia assumi un atteggiamento ostile verso rifugiati e bisognosi di protezione, invocando una collaborazione internazionale per arginare la minaccia in Medioriente.
Passaggio però più significativo di questo discorso è stato l’annuncio della volontà di modificare la Costituzione francese per poter rispondere in maniera efficace in senso “meno democratico” nel caso in cui un evento del genere possa accadere nuovamente. Questa modifica, che è già stata paragonata da analisti e da esperti del settore all’USA Patriot Act del 2001, prevedrebbe due maggiori modifiche alla Carta Costituzionale:

  1. Articolo 16: esso permette al Presidente della Repubblica di attribuirsi “poteri eccezionali” nel caso in cui una “grave e immediata” minaccia metta a repentaglio le “istituzioni della repubblica, l’indipendenza della nazione, l’integrità del suo territorio o l’esecuzione dei suoi impegni internazionali”. Questo articolo venne utilizzato solamente una volta (1961) per contrastare il putsch dei generali durante la guerra di Algeria.
  2. Articolo 36: questo articolo della Costituzione disciplina “lo stato d’assedio” quando la Francia è attaccata o colpita da una rivolta armata interna, e prevede il trasferimento di alcuni poteri all’autorità militare, ad una condizione: può essere applicato solo in parte del territorio.
    In più, permette di trasferire i poteri civili e di polizia all’esercito, insieme alla creazione di giurisdizioni militari, pertanto limitando anche la libertà di manifestazione e consentendo di mettere alcuni freni alla stampa ed ai mezzi di informazione, di fatto instaurando un regime parzialmente poco conforme alle regole democratiche.

     

Queste modifiche non sono nuove al dibattito pubblico francese: nel 2007 il comitato Balladur, incaricato nel 2007 di preparare una modifica costituzionale e formato da 13 esperti e capitanato dall’ex Presidente del Consiglio Édouard Balladur, elaborò diverse proposte di modifica della Costituzione. Una di queste suggeriva che accanto allo stato d’assedio fosse inserito lo stato d’emergenza. Lo stato d’emergenza proclamato durante gli attentati non si inserisce infatti all’interno del framework costituzionale, ma nasce da una legge del 1955.

Questo stato limita fortemente le libertà pubbliche e rende possibili diversi provvedimenti, fra cui l’instaurazione di un coprifuoco, la regolamentazione della circolazione o del soggiorno da parte dei prefetti, l’obbligo di dimora, la chiusura di locali e bar, etc. Con la modifica invocata dal Presidente, si verrebbe a creare “uno strumento appropriato per applicare misure eccezionali per una certa durata senza passare dallo stato d’assedio e senza rinnegare le libertà pubbliche”.

Aspetto internazionale ed europeo

All’interno di questi discorsi e proclami, il Presidente Hollande ha fatto appello alle comunità internazionale ed europea per debellare la piaga del Daesh e chiedendo aiuto.

Alla comunità internazionale il Presidente della Repubblica ha richiesto una forte attenzione verso il problema del Daesh, tentando di far da paciere fra Stati Uniti e Russia e riuscendo a strappare una collaborazione fra i due paesi contro lo Stato Islamico, pur con tutte le difficoltà dovute dalle altre situazioni geopolitiche.

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Foto di repertorio di François Hollande e Vladimir Putin

All’interno di questo sforzo si inserisce, peraltro, la chiamata telefonica fra l’Eliseo ed il Cremlino di ieri pomeriggio; successivamente alla chiamata, l’ufficio del Presidente della Repubblica ha rilasciato un comunicato in cui vi è scritto che il Presidente si recherà il 24 novembre a Washington e, due giorni dopo, a Mosca, incontro confermato anche da un comunicato della Presidenza della Federazione.

Il Presidente della Repubblica, ben memore della collocazione geopolitica del suo paese, ha anche fatto appello all’Unione Europea per aiuto e comprensione, invocando l’art. 42.7 del Trattato sull’Unione Europea. Tale articolo, facente parte della Politica Estera di Sicurezza Comune, recita così al paragrafo 7: “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri“. In più, ha anche chiesto alla Commissione Europea che le spese in surplus nel bilancio in materia di sicurezza siano esonerate dalle rigide regole europee di bilancio.  Il comunicato del Commissario Europeo per gli Affari Economici e Monetari Pierre Moscovici non si è fatto tardare: la Commissione non considererà queste spese in più come normali spese dello stato.

Ma si può affermare che Hollande abbia le spalle coperte dai suoi alleati europei? E ci si può aspettare che la comunità europea ed internazionale risponda in modo accorato ed univoco alle grida d’aiuto francesi?

 

 

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