Perchè sempre Israele?

E così l’Unione Europea ha deciso di etichettare la merce israeliana in due maniere diverse, a seconda che essa sia stata prodotta all’interno dei confini del 1967 o al di fuori, nelle cosiddette colonie.

Decisione giusta, perché è evidente che il fulcro dell’eterno conflitto arabo-israeliano sia costituito solamente da quei seicentomila cittadini israeliani che vivono nella West Bank. È palese che una volta che Israele accondiscenderà a un ritiro unilaterale da questi territori, senza avanzare la benché minima pretesa, sarà tutto rose e fiori e la pace ivi sorgerà in maniera automatica. Come effettivamente è avvenuto, e sta avvenendo a Gaza, in questi ultimi anni.

Decisione giusta, e in linea con le precedenti, essendo stati esemplari i casi di diversa etichettatura di prodotti provenienti da Cipro nord dalla Crimea o dal Tibet.

Se poi si evidenzia una volontà moralizzatrice nostrana, per protestare contro gli orrendi crimini portati avanti dal regime razzista israeliano in tali territori, questo provvedimento ha ancora più senso. Beninteso: episodi più che discutibili in questa regione ce ne sono stati a bizzeffe, come si può leggere su diversi quotidiani israeliani quali +972 o lo stesso Haarez. Ma il fatto che di queste storie si possa leggerne, discuterne e indignarsi, non sono forse la prova della democraticità di Israele? Attributo, quello democratico, non proprio comune nella regione mediorientale. E le sopraffazioni stesse, sono forse paragonabili agli stermini che avvengono con cadenza quotidiana in Siria, paese verso il quale nessuno spende mai una parola o in altri paesi adiacenti?

Se davvero l’Unione Europea si erge a baluardo dei diritti umani, quale a mio avviso deve essere, perché diverse capitali, tra cui la nostra, accolgono il leader Iraniano Rouhani con il tappeto rosso? Perché permette al governo ungherese, membro della stessa Unione, di passare leggi liberticide e di trattare i profughi siriani senza alcuna umanità né ritegno? Perchè non parla mai ad una voce, e non agisce in maniera efficace in casi ben peggiori, come ad esempio l’occupazione Cinese in Tibet?

Perché soprattutto, un’Unione divisa, allo sbando e senza riferimento alcuno, in molti, troppi, campi, riesce tuttavia a trovare sempre un accordo quando si tratta di attaccare lo Stato Ebraico?

La risposta a quest’ultima domanda, poi, è sempre la stessa: le nostre azioni sono per favorire il processo di pace. Come tale processo possa essere aiutato in questa maniera è, e rimane, un mistero.

In un’Europa dove quasi un cittadino su quattro nutre qualche tipo di sentimento antisemita, ho trovato giusto aderito a questa campagna lanciata dal quotidiano “Il Foglio”. Se domani lo comprerete in edicola, tra i nomi dei (mi auguro) tanti firmatari, troverete anche il mio.

 

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