Manovra a destra con sorpasso

La rottamazione renziana non si arresta di fronte ai tabù. L’avevamo capito col Jobs Act: morto Dio (l’articolo 18) tutto è possibile. Ecco dunque, con la Legge di Stabilità, la caduta di altri due capisaldi della narrazione di Sinistra: la lotta all’evasione e, per dirla con Keynes, l’”eutanasia del rentier”. Nel primo caso, l’uccisione del feticcio è stata meramente simbolica. Logica vuole infatti che chi evade non emetta fattura e, dunque, se ne infischi altamente se la soglia d’utilizzo del contante è a 1000 o a 3000 euro. Tuttavia lo stesso semplice ragionamento si ritorce a boomerang contro chi prefigura effetti taumaturgici sulla domanda aggregata. Ma allora, cui prodest?

Domanda cui è facile dare risposta per quanto riguarda l’abolizione della TASI sulle prime case (3,7 miliardi l’anno, lo 0,3% circa del PIL). Di essa ne beneficerà indiscriminatamente una platea superiore all’80% degli italiani, cioè tutti coloro che possiedono una casa, ricchi o poveri che siano, in sfregio all’equità sociale e all’efficienza paretiana. Il ragionamento alla base del provvedimento è un mirabile miscuglio di turbo-keynesismo e trickle-down economics, e si dipana così: meno tasse sulla casa → maggiore domanda di case → aumento prezzo delle case → sviluppo settore edile → crescita PIL. Tradotto, si ipotizzano:

  • elasticità domanda/prezzo monstre: il risparmio medio sarà di 204 euro annui a famiglia contro prezzi di abitazioni regolarmente superiori ai 150000
  • migrazioni di cicogne à la Hitchcock: con un tasso di crescita demografica dello 0,003% (2014-2015) e un mercato delle abitazioni di prima necessità saturo (il famoso 80% di possidenti), è facile dedurre un surplus di offerta. Si suggeriscono premio fertilità al settimo figlio e tassa sul celibato
  • miracolosi effetti a raggiera: vedi sopra. Una crescita del settore edilizio genera occupazione produttiva solo se accompagnata da massicci incrementi demografici. Viceversa, in condizioni normali si registrano decrementi negli indici di produttività complessivi, essendo un comparto non qualified labor-intensive.

Di fronte a ogni rilievo critico, la replica filo-governativa è in genere degna del miglior Lapalisse: meglio abbassare le tasse che non abbassarle. Errore. La validità di una riforma, ci insegna Marcuse, andrebbe confrontata con un ventaglio di potenziali alternative. Dal 2007 al 2014 gli investimenti produttivi sono crollati del 33% e non accennano a ritornare. Un salasso da circa 126 miliardi di euro in termini reali: ecco perché, Jobs Act o meno, il tasso di occupazione è ai minimi (56%, 3 punti sotto la tanto vituperata Spagna) e i consumi languono. Ciò è largamente ascrivibile, a sua volta, al gap di produttività che, da inizio millennio, ci separa dai principali paesi manifatturieri: Italia +10,9% contro le performance di Germania (+31,5%), Francia (+41,3%) e Spagna (+40%).

Le priorità sono chiare, eppure la Legge di Stabilità impegna, per il periodo 2015-2016, 400 milioni in incentivi agli investimenti (superammortamento, nuova Sabatini sui macchinari, Patent Box) e oltre trenta volte di più in stimoli ai consumi (80 euro e detassazione della prima casa).

Di nuovo: cui prodest?

La ratio di questi provvedimenti, per dirla con Lacan, credo sia puramente performativa. Se ne conosce l’inefficacia (che in regime di risorse scarse, val bene rimarcarlo, equivale a dannosità), ma si persevera per motivi segnaletici. Renzi, insomma, vuol far capire al popolo italiano che non è di sinistra, e lo fa nel modo più logico, ossia abbattendo totem di facile riconoscibilità.

Si dirà: manovra in deficit e stimolo ai consumi sono politiche tipicamente liberal, non conservative. Sta di fatto che nel nostro Paese, digiuno di liberalismo all’incirca da un secolo, i contorni tra le due categorie sono ben più pasticciati. Nell’Immaginario Collettivo, che al momento del voto conta più di ogni altro fattore, casa e mancette erano appannaggio dell’unica Destra finora conosciuta, quella berlusconiana: péronismo spaghetti e mandolino, non certo thatcherismo.

Conti alla mano, nel biennio 2017-2018 andranno reperiti 45 miliardi, in un contesto probabilmente peggiore dell’attuale (tassi in crescita) e a scapito delle generazioni future. Quelle, per inciso, che a causa dei bassi redditi non potranno comprarsi la casa.

Il Partito della Nazione varrà bene tutto ciò, ma il rischio è che il Partito (Democratico) s’ingigantisca proprio a scapito della Nazione.

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