Il Processo Infinito

“Voi siete qui con l’accusa di pratiche neoliberiste e pensieri liberali”.

Mi ritrovai una notte di tempesta in un’aula di tribunale, circondato da una platea di ombre grigie sogghignanti, e davanti a me si ergevano i giudici, enormi, alti come case di tre piani, e mi fissavano, muti, mentre davanti a loro ero condotto in catene.

“Signor K” gridò il primo sporgendosi dal gigantesco pulpito dal quale parlava “Come sapete, la prescrizione è stata abolita al nostro arrivo al Governo: voi siete colpevole, e lo dimostreremo, ci volesse una vita intera, noi lo dimostreremo anche dopo la sua morte. Voi siete accusato di pratiche e pensieri neoliberisti, rigettate la nozione di bene comune, difendete le nuove tecnologie mercatiste, apprezzate il mercato come mezzo di redistribuzione delle risorse, credete che il commercio internazionale possa generare ricchezza, rigettate l’etica di Stato, siete favorevole alla ricerca scientifica, allo sviluppo dell’OGM e alla proliferazione dell’energia nucleare. Siete accusato di scrittura sovversiva, di critica al Governo presieduto dai nostri ragazzi (sono dei bravi ragazzi), osate ancora dire che l’euro avrebbe mantenuto integro il nostro potere d’acquisto, non leggete con dovizia gli scritti del Fatto. Abbiamo qui con noi” e mostrò una pila di carte, cartacce e cartelle da cui svolazzarono fogli in tutto il tribunale “le prove dei vostri comportamenti sovversivi. Con le vostre idee mettete in pericolo la nostra società, e questo comporta l’accusa di nemico del popolo e nemico dello Stato, che sono la stessa cosa. Come rispondete alle accuse?”.

“Signor giudice” dissi io, tentando di dimenticare il dolore delle catene avvinte alla caviglia “Non rigetto le accuse in quanto tali: credo in quanto avete minuziosamente descritto. Ma ritengo di non essere colpevole del mio pensiero”.

“E i beni comuni allora?” esclamò un altro “Come sapete la nostra Costituzione li difende senza se e senza ma!”.

“La Costituzione è un pezzo di carta firmata da un gruppo di uomini di un’epoca, vicina o lontana che sia” dissi “Ritengo vincolante una Costituzione finché un voto non la modifichi, e considero quanto scritto valido nella misura in cui non sia una prigione dell’individuo. Quali sono i beni comuni?”

“L’acqua! Voi volete forse privatizzare l’acqua?”

“L’acqua forse no” dissi “Ma liberalizzerei la distribuzione dell’acqua: se una società privata è in grado di distribuire, controllare e raccogliere le acque a costi minori e maggiori efficienze, perché non potrebbe essere pratica comune? Se l’acqua è bene comune dovrebbe allora essere gestita da ogni cittadino, a turno, ma la mancanza delle capacità tecniche necessarie fa sì che la cittadinanza affidi a un gruppo di lavoratori specializzati la gestione delle acque: ne derivano costi, stipendi, struttura aziendale; perché non potrebbe essere un privato a farsene carico, se più efficiente e meno costoso?”.

“Lo Stato si deve occupare della produzione di ricchezza” intervenne d’un tratto un terzo “Voi lo sapete, lo ripetiamo tutti i giorni, eppure, davanti alle evidenze del benessere generato dallo Stato, rimarcate la vostra distanza dalle nostre idee. Come rispondete?”

“Se davvero lo Stato produce ricchezza” risposi “Allora mi chiedo perché ogni innovazione sia sempre venuta dall’ingegno umano nel trovar risposta alle sfide e alle necessità presentate dal mercato. Lo Stato può aiutare, sostenere, supportare, promuovere, ma come potrebbe produrre ricchezza e rispondere alle necessità delle persone in quanto ente predisposto al monopolio, nato da una convenzione sociale e non da un’idea imprenditoriale? Ogni necessità bussa a un mercato di riferimento: come potrebbe lo Stato come entità rispondere ai bisogno di ogni singolo cittadino? Come si potrebbe stabilire il giusto uso delle imposte se ogni cittadino si sente legittimato a chiedere che un particolare bisogno debba essere soddisfatto?”.

“Lei ragiona come un individuo” rimarcò il secondo giudice “Ma noi siamo parte di una comunità. Lei ha diritto a chiedere diritti alla comunità, ma non a criticarla in quanto lei stesso ne è parte”.

“Mi chiedo” mormorai “Se questo significa non poter criticare neanche me stesso, se criticare la comunità è sbagliato in quanto critica, indirettamente, anche me”.

“Per questo vi sono uomini che guidano e illuminano il sentiero degli altri” risposero in coro i miei accusatori “Voi vi criticate e criticate la comunità perché non capite qual è il vero bene per voi: non la ricchezza, l’avidità, la ricerca di sé, ma la vita in comunità in quanto tale”.

“L’individualismo porta alla corruzione dell’anima” intervenne il Sommo Inquisitore “Corruzione dell’anima porta alla corruzione morale, quindi agli atti criminali: chi ragiona come individuo è un criminale in erba, individualista e corruttore, e come tale va giudicato e processato”.

“Noi siamo qui per preservare l’individuo da se stesso” continuò “Noi proteggiamo gli individui indicando la via, levando loro quella libertà che li porterebbe alla distruzione: il mercato, il commercio, la pratica della compra-vendita che si insinua in ogni aspetto della nostra vita. Voi liberali siete venuti qui a declamare che l’uomo è libero, sia di scegliere che di sbagliare, ma avete dimenticato che lo sbaglio ha conseguenze nefaste sulla comunità in quanto tale. Noi siamo qui per evitare lo sbaglio, noi estirpiamo lo sbaglio prima ancora ch’esso avvenga: noi siamo per il no a tutto, al mercato e allo sviluppo di nuove, terribili, tecnologie, di nuovi mezzi di trasporto, di nuovi prodotti alimentari perché vogliamo evitare anche solo la possibilità di corruzione, economica e morale, di sbaglio, di vie trovate sbarrate da difficoltà nuove. Noi diciamo no prima, noi ci battiamo perché non si possa scegliere, perché tutto rimanga così, perché non vi sia nessuno che emerga, nessuno che corra più degli altri, nessuno che si dimostri migliore di altri: solo così il nostro mondo può essere preservato. Solo così si evitano le tensioni sociali, le fratture ideologiche, le disuguaglianze economiche che tanto fanno soffrire i popoli. Nessuno sbaglierà perché nessuno avrà la possibilità di farlo. L’imprenditore sarà una figura di un passato di lotte e caos, perché noi lo aboliremo: non ci saranno più fallimenti perché nessuno potrà più fallire. Avremo meno? Bene, patiremo meno l’avidità. Svilupperemo noi una società migliore dove tutti potranno collocarsi, e anche i cosiddetti “migliori” troveranno un posto accanto agli altri, ché non vi sia chi ha più e chi meno secondo una caotica allocazione di capacità e risorse”.

L’aula si fece silente. Sogghigni e sussurri riecheggiarono dalla platea e un lampo illuminò i volti orrendi dei miei accusatori, deformati dalla rabbia e l’euforia di avermi in catene. “Avete qualcosa da dire a vostra discolpa?” gridò il primo giudice, asciugandosi le labbra tumide di saliva.

“No, nulla. Credo nell’individuo e nella sua capacità di scegliere cosa sia giusto e sbagliato per sé, e di sbagliare se necessario. Io credo nel diritto di fallire, di cadere, di rialzarsi e ricominciare. Credo che ogni aspetto della vita sia caos e che il caso non possa essere controllato, se non, parzialmente, dall’individuo stesso. Io credo che la comunità serva a sorreggersi l’uno con l’altro, ma laddove la comunità vuole prevaricare il singolo, io lì non sarò”.

“Portatelo via” il Sommo Inquisitore batté tre volte il martello del giudizio sul legno del pulpito dal quale parlava.

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