A Gerusalemme si muore, qui si tace.

Ogni mattina i gerosolimitani non sanno se torneranno a casa alla sera. Non sanno se gli arriverà una coltellata mentre aspettano l’autobus, mentre portano il bambino all’asilo in carrozzina, mentre escono dal lavoro. Le vendite di spray al peperoncino anti-aggressione sono alle stelle, e i cittadini hanno imparato che ogni oggetto può essere utile per difendersi.

Dall’inizio del nuovo anno ebraico, il 14 settembre, ben sette persone sono morte per mano dei terroristi, tre delle quali nella sola giornata di martedì scorso. Ieri notte la tomba di Giuseppe, a Nablus, luogo importante sia per la religione ebraica e quella cristiana, è stata data alle fiamme. Hamas, l’organizzazione terroristica, che nel proprio statuto ha come caposaldo la distruzione di Israele, ed è in via di sdoganamento da parte dell’Unione Europea, organizza i “Venerdì della Rabbia”, incitando a nuovi attacchi contro i civili israeliani.

In questo clima di crescente tensione, l’occidente che fa? Nulla.

Non una parola di condanna del terrore viene spesa nelle cancellerie occidentali. La nostra Mogherini, sempre in prima linea nel tentare di dimostrare che il proprio ruolo, così inutile e ininfluente non è, rilascia comunicati stampa sul “cessate il fuoco” in Myanmar, ma sul medio oriente, vige il silenzio più totale.

E dove sono i pacifinti? Sempre pronti a scendere in piazza contro Israele, ma completamente muti quando le vittime sono ebree? Dove sono gli hashtag #stopstabbingJerusalem o le accuse di genocidio nei confronti dei palestinesi, sulla falsa riga di quelle che ci hanno assillato nell’intera estate del 2014 durante la campagna di Gaza? E quanto siamo pronti a scommettere che se mai questa situazione dovesse evolvere, con l’esercito israeliano costretto a usare le maniere forti, ce li troveremmo tutti lì, belli, in piazza, con le loro bandiere arcobaleno a urlare contro i porci sionisti e i loro progetti di annichilazione della popolazione palestinese? Quanto sono incapaci, queste persone, a mascherare il loro odio antisemita in un gretto antisionismo a giorni alterni?

Passando ai media, poi, il mutismo generale certamente non migliora. Fatte poche eccezioni, come ad esempio l’ottimo Maurizio Molinari su “La Stampa”, questi continui attacchi terroristici sono relegati a semplici trafiletti nella sezione esteri. Ancora una volta, proviamo a immaginare i titoloni con cui tutte le testate aprirebbero se la situazione fosse al contrario.

Così ci vedono! Si lamenta un mio amico israeliano, da anni nel nostro paese, elencando i titoli dei giornali italiani riguardo a questi avvenimenti. Faziosi e fuorvianti, sembrano stati scritti con l’unico scopo di far passare l’uccisione di terroristi (per quanto anche questa pratica andrebbe certamente considerata come extrema ratio) come massacri di innocenti, mettendo sullo stesso piano assassini e vittime, cercando, come sempre, di screditare e sminuire le ragioni dello stato ebraico in questo conflitto.

“A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, diceva un protagonista della nostra storia recente. Viene infatti naturale domandarsi se il silenzio imbarazzante di questi giorni non possa essere parte di una strategia più grande, volta a isolare l’unica vera democrazia mediorientale per poi scaricarle contro vagonate di odio e bile nei momenti di maggior bisogno. Strategia contornata da patti di dubbia utilità con il regime degli Ayatollah e nell’usare sempre due pesi e due misure quando si parla del conflitto israelo-palestinese e quelli nel resto del mondo.

Oggi ricorre l’anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma. 1023 persone furono deportate ad Aushwitz, 16 tornarono. Ecco, è per evitare che questi e simili orrori si ripetano che esiste Israele. E i suoi abitanti combatteranno fino alla morte per mantenere vivo lo Stato Ebraico, che piaccia o no.

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