Roma e le città troppo aperte

È luogo comune, almeno nelle trasmissioni di Barbara D’Urso, che l’Italia dia il meglio di sé nelle emergenze. Io credo invece che mostri il suo volto peggiore, quello arruffapopolo e gattopardesco, rinunciando a ogni ragionamento induttivo (dal particolare al generale): se il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito.

Prendiamo Roma. Il grande carnevale di Mafia Capitale si è dunque concluso così come aveva cominciato: in vacca. Marino si è dimesso per insipienza, per aver importunato il Papa, per un pizzicarolo troppo chiacchierone che gli sputtana qualche bottiglia di vino a ufo. In fin dei conti, ci consola. È il caro vecchio grascio generone romano, quello magistralmente descritto da Gadda nel Pasticciaccio, dove i ricchi, lungi dall’essere élite, si comportano da arricchiti. Sì, ci saranno dei processi; sì, verrà qualche condannina (condizionali di qui, servizi sociali di là), ma poi tutto scorre. Salvo il riproporsi delle stesse problematiche fra qualche tempo, in un eterno ciclo vichiano. Roma è insomma diventata di moda e, come ogni moda, temo non durerà a lungo.

Nel frattempo, 530 km a Nord-Est, il neoeletto sindaco di Venezia Luigi Brugnaro propone la vendita di due capolavori (un Klimt e un Chagall) per rimpinguare le casse cittadine. La proposta è folkloristica, d’accordo. Ma ormai si parla di debiti persino nell’opulente Serenissima. Né c’è da stupirsi. Debiti monstre (colossale quello di Parma, oltre 600 milioni con Vignali sindaco) e giunte dimissionarie in seguito a scandali (Piemonte/Cota, Lombardia/Formigoni, Emilia-Romagna/Errani) sono lì a mostrarci che la cattiva amministrazione è piaga diffusa anche nei pressi del Po.

Il modello “paghetta” (“ti dò un tanto e fattelo bastare”) è dunque una maniera un po’ bauscia di declinare il problema del rapporto Stato-Enti Locali.

La presenza di Governi locali implica infatti necessariamente una connivenza con l’elettorato di riferimento, tanto più stretta quanto più la dimensione è localistica.

Il leader nazionale potrà, entro certi limiti, basarsi sul proprio carisma e su un’idea astratta di programma. Il politico locale no. Dovrà “fare rete”, crearsi delle “truppe”, occupare manu militari le ASL o le Camere di Commercio e promettere posti di lavoro a pioggia. Tutto ciò costa ed è altamente inefficiente, ma la sanzione politica (se governi male vai a casa alla prossima tornata elettorale) è spesso inesistente, un po’ perché lo stesso elettorato è colluso col Sistema, un po’ per motivi ideologici. Ma c’è di più.

Dagli anni ’70 in poi, le regioni hanno visto aumentare la loro autonomia di spesa senza che crescesse parallelamente quella fiscale. Compartecipazione all’IVA e addizionale IRPEF vengono infatti raccolte dallo Stato, che le versa in parte nelle casse regionali; l’IRAP è sì imposta regionale, ma con margine di manovra piccolo (aliquota base +1% discrezionale). Risultato: gli Enti sperperano soldi non loro mentre lo Stato incrementa le imposte tramite la fiscalità generale, accollandosi l’onere politico. In termini manageriali, zero accountability.

Le strade sono dunque due: incrementare di pari passo l’autonomia fiscale con annessa sanzione politica o ridurre le competenze di spesa in mano agli enti locali. La Riforma Costituzionale al vaglio delle Camere, nella parte che modifica il Titolo V della Costituzione (art. 31 ddl 1429-B), va decisamente nella seconda direzione. Diverse competenze, tra cui energia, infrastrutture strategiche, beni culturali diverranno di esclusiva competenza statale, mentre altre, oggi concorrenti, saranno devolute o meno in base a parametri di “virtuosità”.

Sarebbe stato interessante assistere a un dibattito politico-parlamentare in seno a questa riforma, ma a quanto pare le opposizioni sono più interessate al nodo dell’elettività dei senatori, per ovvi motivi. Non aggiungo altro.

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