Marino: peste, morte, carestia e distruzione

Mancano le invasioni barbariche, la Grande Peste, le scorribande del Valentino Borgia e a Ignazio Marino han dato la colpa di tutto quel che è accaduto a Roma negli ultimi duemila anni. Anzi, Marino è Attila: dove passa lui non cresce l’erba – che già liberalizzarla è un casino, figurati poi farla crescere nel deserto.

Roma è in rovina: furtivo, nella notte, Marino si aggirava tra i palazzi per tirar giù intonaci, far saltare piastrelle e sanpietrini, creare buche – che dico? – voragini laddove baluginano luci talmente fioche che neanche i giustizieri della notte – Dibba Dibattista e la fida compagna di tante sfide Paola Taverna – riescono a vederci.

Marino è il male: nel lontano 476 d.C. il suo avo Ignatius Marinus aprì le porte ai barbari e consegnò loro il principe Romolo Augusto. Da lì fu una discesa senza fine, su cui fu posta la parola fine solo a cavallo del XV e XVI secolo, quando i Borgia misero al bando l’intera famiglia, la quale trovò rifugio nella Repubblica Marinara di Genova.

Questa è la storia di Ignazio Marino: rovina, peste, morte e carestia. Condita dall’incapacità dell’uomo di essere un politico, questo è indubbio. Avete letto la sua intervista con Massimo Gramellini? La trovate cliccando QUI. Uno che governa una città come Roma non può dichiarare questo:

Sta scrivendo un libro sull’esperienza di sindaco e queste dimissioni vi aggiungeranno ancora più pepe. Pensa di avere pagato a caro prezzo la sua natura di marziano a Roma, anzi di marziano della politica, troppo ingenuo nei rapporti e poco avvezzo ai compromessi?

«Se sono accuse, le considero medaglie. Non sono mai andato nei salotti e alle cene della Roma che conta. Non ho mai frequentato il mondo che in passato era abituato a decidere assieme alla politica le strategie economiche della città. Io alla terrazza ho sempre preferito la piazza. E vorrei ricordare che il 5 novembre avverrà un fatto storico: Roma sarà parte civile nel processo di Mafia Capitale. Noi abbiamo tagliato le unghie a chi voleva mettere le mani sugli affari».

Non può farlo perché governare è difficile e sporcarsi le mani è necessario; non può farlo perché compromessi, supporto, sostegno, strette di mano, palazzi e terrazze sono parole che possono non piacere, ma che servono al governo di una città, una regione, un Paese. Con buona pace dei grillini e dei puri di cuore del Comitato di Salute Pubblica diretto da RODOTA’! RODOTA’! RODOTA’!

Così come non puoi andare in vacanza a sette/otto ore di fuso orario dalla città che governi in pieno vortice di Mafia Capitale – è tutto molto bello stare con la famiglia e rilassarsi di tanto in tanto, ma non quando si è al Governo.

Così come non si può governare una città senza l’appoggio del partito, della popolazione a cui sostanzialmente stai un po’ antipatico, dei sindacati con cui scazzi perché i vigili, signora mia, erano tutti malati quella sera di Capodanno, e tu non puoi far altro che denunciare l’accaduto ed esser preso a uova in faccia. No, Marino non poteva governare Roma: poco capace lui, poco apprezzato dalla città, schiacciato e sfibrato dal malaffare e la corruzione.

Avanti il prossimo, siamo curiosi.

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2 pensieri su “Marino: peste, morte, carestia e distruzione

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