Quel mito di Coelho

Portogallo

Questo signore qui si chiama Pedro Passos Coelho. Primo ministro del Portogallo, leader di un partito, il PSD (Partito Social Democratico), appartenente alla famiglia europea del PPE e di tendenza social-conservatrice. Non troppo vicino, insomma, alla mia fede politica.

Eppure lui, da domenica, è decisamente uno dei politici che più stimo.

Di lui ammiro il fatto che prendendo in eredità un paese disastrato dalla crisi economica, negoziando un duro piano di aiuti con l’IMF e attuando misure di austerità non certo facili da giustificare, è riuscito a trascinare il Portogallo fuori dalla crisi economica e rivincere le elezioni.

Se si guardano i dati macroeconomici, i risultati sono eclatanti. Da una flessione del 6% del PIL in quel periodo siamo passati a una crescita dell’1,7% prevista per quest’anno. Il rapporto deficit/Pil, che toccava percentuali allarmanti del 10% solo quattro anni fa, si attesta ora su un normale, e consono ai parametri di Maastricht, 2,4%. La disoccupazione stessa, pur essendo ancora molto alta, si è leggermente ridotta durante la scorsa legislatura.

Non si può certamente dire che ormai il Portogallo sia fuori dalla crisi e sia divenuto un paese simile alla Germania. I problemi ci sono e rimangono: da un alto tasso di emigrazione di giovani a un rapporto debito pubblico/Pil ancora insostenibile. Indicativo è tuttavia il fatto che questo paese sia uscito dal programma di aiuti dell’Fmi già più di un anno fa, e che, secondo il governo, sarà addirittura possibile anticipare parte dei pagamenti del debito.

Tuttavia, la mia ammirazione per l’uomo, risiede principalmente nel fatto che pur essendo state, le sue riforme, molto impopolari (“Hanno solo creato povertà”, ha dichiarato lo sfidante socialista Antonio Costa), è riuscito comunque a vincere, seppure di misura, le elezioni. Caso molto raro quello di un governo che promuove misure di austerità e riesce in questa impresa; solo per citare un esempio, basti ricordare l’esperienza del nostro povero Mario Monti.

Insomma, vorrei ringraziare il buon Coelho, e soprattutto gli elettori portoghesi, per aver dimostrato che compito della politica è quello di occuparsi in maniera seria dell’economia e delle crisi ad esse connesse. Che è ormai impensabile trovare soluzioni “casalinghe” senza il coinvolgimento di attori esterni, in un’economia integrata come la nostra. E soprattutto che con ruspe, popular quantitative easing, e sfide lanciate all’Europa da populisti in camicia hawaiana, non si va da nessuna parte.

Grazie per avere dimostrata che anche in politica, il merito e i risultati, in fondo pagano.

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