Uber amico del popolo

Storia: fine serata all’ex Spazio Ansaldo di Milano, pioggia a catinelle, tre del mattino. Enjoy troppo lontana/app non funzionante: resta da chiamare il taxi. Dieci minuti di attesa per il centralino, dieci minuti di attesa per il taxi, dieci/quindici minuti di corsa e  venti euro di spesa (strade deserte, eh, mica il traffico di punta). 20 euro. 20 maledettissimi euro. E tutto questo perché ho avuto l’accortezza di attaccarmi al telefono del radiotaxi un minuto prima che la folla si riversasse fuori in strada e rimanessi definitivamente a piedi.

Questa premessa non per dirvi che la serata (nonostante il taxi) sia stata brutta, anzi. Tutto questo per dire che in un mercato non funzionante, dove vige, cioè, un monopolio garantito dallo Stato e un restringimento artificiale dell’offerta, non si difendono i diritti della categoria dei lavoratori come qualcuno ama affermare (“Noi abbiamo pagato la licenza! Noi siamo dei professionisti certificati e garantiti dallo Stato!”), ma solamente il diritto e il dovere di un cittadino comune a pagare di più un servizio che in un normale mercato costerebbe la metà.

Cose che avrei potuto fare con venti euro:

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Così per dire… ma fuor di populismo: restituite ai tassisti le loro licenze – e fatelo come volete: credito d’imposta sulla quota non ancora ammortizzata della licenza (esempio: dieci anni di ammortamenti equivale a 10.000 euro l’anno per dieci anni – gli anni rimasti per raggiungere quota 100.000 vengono restituiti attraverso credito d’imposta, quindi nel bilancio dello Stato risulterà come mancato flusso di cassa e non uscita di liquidità), restituite in soldoni, qualunque cosa, ma ridategli quei soldi e liberalizzate Uber e Uber Pop. Fatelo, fatelo non per ideologia o moda, né per il lobbismo della terribile multinazionale (volete ridere? Leggete QUI), fatelo per noi e noi soltanto: non fate pagare ai giovani consumatori prezzi fuori mercato per tornare a casa, non fate ricadere su di noi le vecchie convenzioni di un mercato ormai superato. Con Uber Pop funzionante e a buon mercato qualunque persona potrebbe tornare a casa senza prendere l’auto, senza il terrore del parcheggio, senza il “bicchiere di troppo” durante la festa, senza la scomodità di aspettare un’ora un mezzo pubblico, la rabbia di restare semplicemente a piedi, la possibilità di essere senza soldi contanti (“No, non accetto bancomat”).

E non si tratta solo di Uber, ma dei farmacisti, dei notai e quant’altro per mille ragioni diverse: difendere quelle categorie non è difendere un lavoro, ma una rendita di posizione – che altro non è che il delta tra profitto attuale e profitto effettivo in un sistema di normale concorrenza, delta garantito e difeso dallo Stato (i consumatori sono figli di un dio minore). Rendita di posizione che poi su chi si riversa? Su di noi.

Uber è un esempio, forse l’esempio migliore. Ed è vero che va molto di moda parlare di sharing economy e altre amenità, ma qui si tratta di mercato, puro e semplice mercato: io voglio poter decidere chi pagare a seconda del prezzo e della qualità che mi si offre e non essere obbligato per legge ad avere una scelta e una soltanto. A prezzi più elevati, ça va sans dire.

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