Combattiamo questa guerra, da Europei

Il buonismo sarà la rovina di questo Paese e di questo Continente, e con il buonismo ci abbatteranno il politically correct, l’ipocrisia e la paura di entrare a far parte della Storia. A chi non disturbano e fan male le foto dei bambini annegati trascinati sulle spiagge dalle correnti marine? Chi non si sente toccato nel profondo dalle decine di persone soffocate nei camion e nelle stive delle navi, o dei padri che cercano di far passare il filo spinato ai propri figli per fuggire dall’orrore? “L’orrore, l’orrore!” diceva Kurtz alla fine del viaggio del battello di J. Conrad, e l’orrore è quel che ci attende al di là della pozza mediterranea. Ma vi prego, abbandoniamo per un momento i lidi della facile commozione e dell’auto-accusa tipica degli Europei ancora sotto shock per gli orrori storici di cui ci siamo macchiati: le colpe dei padri dei nostri padri non sporcano le nostre mani, ed è ora di capire il nostro posto nel Mondo prima che i mutamenti in corso ci sommergano definitivamente.

Schermata 2015-08-30 alle 11.52.51In un suo post su Facebook l’artista Bansky rilancia la foto di un gruppo di cadaveri in mare a formare il cerchio stellato della bandiera europea: questo è l’atto di auto-accusa che odio. Accusare l’Europa dei morti nel Mediterraneo è come accusare i medici dei morti in sala operatoria, qualunque siano le cure e le procedure utilizzate. L’Europa accoglie, forse non abbastanza come dovrebbe, ma ricordiamoci che i profughi fuggono per raggiungere la salvezza da noi, non da altre parti: la guerra e i massacri sono la causa dei morti in questa fuga in preda al panico, non l’Europa. Le guerre di alcuni stati occidentali hanno destabilizzato la regione aprendo uno spazio politico a formazioni violente di guerriglia? Vero, e di questo la Storia non si scorderà. Ma questo non ci esime dall’elaborazione di una strategia B d’ingaggio per iniziare una nuova fase di State Building (nella pratica, supporto di un Governo più o meno eletto e addestramento delle forze militari e di polizia per il mantenimento dell’ordine): il pacifismo sempre e comunque è un non-impegno colpevole, coperto da un mantello d’idealismo.

Alcuni Paesi combattono già le loro guerre: la Francia in Mali, gli USA in appoggio ai combattenti sul campo tra Iraq e Siria insieme agli alleati occidentali e regionali; l’attesa distensione con l’Iran riequilibrerà ancora le potenze in gioco e metterà in campo altre carte da giocare, così come accadrà – si spera – con una risoluzione pacifica alla questione ucraina. Non parliamo di singoli Stati, parliamo d’Europa. Combattiamo questa guerra: non sarà la prima né l’ultima, la guarderemo in silenzio sui nostri schermi e la leggeremo ogni giorno nell’elenco dei caduti, dei feriti, degli orrori. La guerra fa male, e non è bella, ma il Mediterraneo ha bisogno di stabilità, così come il Medio Oriente e l’Africa hanno bisogno di equilibrio. Questo non è neo-colonialismo, ma presa di coscienza della realtà: l’Europa non può permettersi una “terra di nessuno”, uno stato fallito, a soli 200 chilometri dalle proprie coste, un canale di passaggio per armate, gruppuscoli e criminali. È ora di mettere boots-on-the-ground, dimenticarci di mamma America come del poliziotto buono del mondo e affrontare i mutamenti come Europei: esercito europeo, strategia europea, alleati europei, coordinati e pronti ad affrontare la minaccia dell’instabilità, di cui l’Isis è massimo esponente, e potrebbe, purtroppo, non essere l’unico.

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5 pensieri su “Combattiamo questa guerra, da Europei

  1. Sinceramente non ho capito concretamente quale guerra dovrebbe combattere l’Europa. Anche ammettendo che a breve (ed è utopia) l’Europa riesca ad agire compatta, con un proprio esercito e una visione condivisa sulla politica estera, che guerra prospetteresti? Forse andando a conquistare Libia, Sudan, Siria (chi più ne ha più ne metta) e imponendo governi composti da Europei? Mi sembra che sia proprio la Storia degli ultimi decenni a insegnare che la politica di “mamma America” o del Sarkozy di turno non porti ad altro che ulteriori problemi.

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    1. Prima risposta: supporto sul campo alle parti dialoganti del conflitto, creazione di una forza di “polizia internazionale” e addestramento truppe locali (modello Afghanistan)
      Seconda risposta: direi di no, sarebbe neocolonialismo
      Terza domanda: io ho criticato (anche in questo pezzo) il modello Sarkozy/Obama sulle scelte fatte con Geddafi.

      C’è un però, ed è una domanda che giro a te: dato che l’idea del pezzo è chiedersi se siamo pronti a ragionare in termini di “guerra ai nostri confini”, cambiando di parecchio la politica europea degli ultimi cinquant’anni (tolta la parentesi irachena – un errore storico abnorme), quali altre vie vedi?

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  2. Seppur meglio che in Iraq, non credo di poter affermare che il modello adottato per l’Afghanistan sia stato di successo. In generale non si può pensare di risolvere dei problemi radicati nella struttura politico-economica e sociale di un Paese (o meglio, di un continente) con un conflitto. Ciò non vale per l’ISIS, che non si può certo dire abbia dei problemi radicati, essendosi appena formata; per stroncare l’ISIS sarei anche d’accordo nell’intervenire militarmente in modo pesante, ma come sottolineavi tu stesso, lo stao islamico non è assolutamente l’unico problema in Medio Oriente e sul Mediterraneo.
    Sembrerà idealista come discorso e per certi versi lo è, anche se meno rispetto a pensare oggi a un esercito europeo con intenti comuni per tutti gli stati membri: il punto è che l’unica cosa giusta da fare è cercare di conquistare con la cultura. Con la forza si può mettere una toppa temporanea, ma non si fa altro che acuire l’odio provato per l’Occidente da molti integralisti islamici e non solo, odio che per certi versi è anche motivato, viste le fallimentari politiche interventiste americane degli ultimi decenni. L’unica via, per me, è molto lunga e consiste nell’aiutare davvero le popolazioni in difficoltà, nel far capire costruendo a casa loro canali, ospedali, scuole che il nostro modello di società è migliore e che non siamo degli invasori…ma tutto questo nel breve termine sarebbe troppo dannoso per gli attuali politici e non parliamo degli interessi economici in gioco. In coclusione, sia la mia idea che la tua sono pura utopia, però l’intervento di un esercito Europeo non credo possa nemmeno risolvere i problemi, li metterebbe sotto il tappeto per qualche anno e basta.

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    1. Sono d’accordo, su tutto. Proprio per questo rafforzo la mia tesi e rilancio: per aprire una scuola hai bisogno di una forza di polizia che protegga gli studenti che ci vanno, hai bisogno di strade sicure, infrastrutture per raccogliere i ragazzi e portarli nelle classi, insegnanti che non rischino la vita per andare al lavoro e così via. Inoltre, per sostenere una scuola e un gruppo di maestri/professori hai bisogno di stipendi, che possono essere certamente suppliti dalla comunità internazionale, ma che presto o tardi dovranno essere pagati in valuta locale da un potere centrale, uno Stato per l’appunto; e per pagarli questo stesso Stato ha bisogno di raccogliere le tasse, ma per farlo deve essere riconosciuto come autorità unica in un territorio definito.
      E le cose si complicano ulteriormente quando inizi a parlare di sicurezza interna ed esterna, controllo dei confini e dei flussi di migranti (nessuno Stato permette il passaggio – per quanto solo di transito si tratti – di masse di persone apolide), di parlamento eletto e difeso e riconosciuto come tale, di gestione di risorse (chi raccoglie le royalties? Chi dà le concessioni? I siti vengono protetti da forza di sicurezza statale o privata? – vedi Eni e le sue basi nell’area di Tripoli).
      Sono tutti problemi estremamente delicati e seri, e sono le basi per la creazione di uno Stato, unico ente che può relazionarsi con la comunità internazionale – quindi la domanda si ripone: come creare tutto questo senza un intervento diretto?

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  3. Pingback: L’inverno sta arrivando | Liberali da Strapazzo

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