Taccuino da Washington, settima puntata. Senatores boni viri?

Scrive Michael Dobbs in “House of Cards”, il romanzo più formativo che un Liberale da Strapazzo potrebbe mai leggere: ”[il question time] è un test di sopravvivenza, che deve più alle arene romane di Nerone e Claudio che agli ideali della democrazia parlamentare. Nel porre domande, i membri dell’opposizione in genere non fingono nemmeno di chiedere spiegazioni, ma cercano soltanto di criticare, di infliggere danni”.

Ora, House of Card originale è ambientato a Westminster, nel parlamento britannico. Lì non ci sono mai stato, e non saprei quindi dire se questa affermazione sia vera. Tuttavia, seppure in un altro paese, mu sono comunque fatto un’idea di cosa Dobbs intendesse nel descrivere le relazioni esecutivo-legislativo.

Ho assistito a un’audizione, stile House of Cards (telefillm), della commissioni esteri del senato statunitense.

L’argomento era già di suo abbastanza controverso: il nucleare Iraniano. Se ci aggiungete la presenza di pezzi da novanta, da una parte e dall’altra degli schieramenti parlamentari, e un afflusso di pubblico che riempiva la sala, avete tutti gli elementi per uno scontro degno de “il Gladiatore”.

Davanti a una commissione composta in prevalenza da repubblicani, in parte duri e puri come Marco Rubio, dalla Florida, fanno così la loro comparsa il segretario del tesoro Lew, quello dell’energia Ernest Moniz (costui un curioso incrocio tra Brunetta e Washington) e soprattutto l’eroe dei due mondi, il turbo-democratico, ex candidato presidente John Kerry. Questo, ancora claudicante sulle stampelle dopo una caduta in bici (anche se a noi piace pensare che sia stato a causa del prosieguo della diplomazia con altri mezzi) fa la sua trionfante entrata avvolto da un nugolo di fotografi, tra i quali, nel suo piccolo, anche il sottoscritto, e una schiera di adoranti fan di rosa vestiti, che mostrano cartelli con sopra scritto “Forza Kerry!” o “Viva la Pace”. Dietro al pink team c’era invece la schiera di oppositori al deal, con analoghi cartelli di opposto contenuto. Come erano questi vestiti? Di giallo pulcino. Domandarsi se si fossero messi d’accordo prima della seduta è più che lecito.

E il dibattito può così finalmente avere inizio. Gli argomenti, pro e contro, non è che fossero particolarmente originali. L’inaffidabilità degli iranian , la sicurezza degli israeliani e degli americani, cosa succederà tra dieci anni: questi erano gli argomenti dei gladiatori repubblicani.

E poi Kerry! Lottava come un leone: l’alternativa all’accordo è la guerra, anche gli ex direttori di Mossad e Shin Bet sono a favore di questo accordo, che di più non si poteva ecc. Che ceffoni che si tiravano, ragazzi! L’intero auditorium era rapito dalla dinamica, brevi risate dovute alle immancabili battute, quelle sembrano essere una costante negli interventi politici, si alternavano ad attimi di silenzio, nei quali la tensione si tagliava con il coltello. Non importava quali convinzioni avevi prima di entrare, era lo spettacolo tutto ciò che contava.

Il momento clou è tuttavia arrivato quando il senatore Risch, repubblicano dell’Idaho, ha accusato Kerry di essere stato alquanto ingenuo ad aver accettato un simile accordo, e di essere stato bamboozled, termine, che ho scoperto voler dire essere presi per il naso. In soccorso del Secretary of State, è immediatamente intervenuta la senatrice Boxer dalla California, la quale, al fine di evitare che qualcuno potesse non capire cosa intendesse dire, si è lanciata in uno sforzo mnemonico/dialettico. Essa si è infatti premurata di elencare, uno per uno, i paesi del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo a Kerry se ognuno di questi fosse stato anche esso, bamboozled dal regime iraniano. Ma il nostro beneamato non aveva certo bisogno di questo aiuto esterno, così ha replicato piccato che la speranza di vedere un altro accordo, nel caso questo non fosse stato ratificato, erano tante quante le possibilità di vedere un unicorno.

Insomma, dallo dispiegamento delle forze in parlamento, appare chiaro che il congresso rigetterà la proposta di accordo, Obama metterà il veto, i repubblicani non riusciranno a trovare una maggioranza di due terzi e quindi il tutto verrà passao. In virtù di questo, nessuno ha nulla da perdere nell’esagerare le proprie posizioni: nella prossima campagna elettorale, la destra dirà di avere combattuto come dei leoni per non farlo passare mentre i dem si fregeranno del risultato ottenuto. E da qui nascono i toni da taverna più che da congresso, l’utilizzo di slang, di espressioni quali “non ero uno studente modello all’università”.

Complice l’alta attrattiva mediatica di questo procedimento, ogni mossa è atta a formare e plasmare la figura politica dell’attore coinvolto. Qualsiasi cosa detta o fatta in questo stadio verrà poi ripresa nel 2016, quando i due partiti, si daranno finalmente battaglia davanti all’intera nazione. È questo che rende così finto e esagerato un dibattito su un tema che potrebbe potenzialmente interessare il mondo intero.

Tuttavia ciò lo rende anche alquanto divertente.

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