La strana e pericolosa guerra di Erdoğan

 

Pochi giorni fa la Turchia ha rotto gli indugi e ha lanciato un’offensiva in Siria per colpire l’ISIS, un’azione che molti, specialmente gli Stati Uniti, invocavano da tempo.
Inoltre Ankara ha concesso l’utilizzo di diverse basi militari NATO vicine alla zona dei combattimenti. Erdoğan sembra aver accantonato le riserve su Assad, la cui rimozione era sempre stata considerata come una condizione imprescindibile per la partecipazione della Turchia alle coalizione, e gli altri dubbi soprattutto dopo il tragico attentato di Suruç che ha scosso fortemente l’opinione pubblica turca. Il piano delle operazioni concordato con Washington prevede la creazione di una zona di sicurezza oltre il confine fra Turchia e Siria lunga 98 km e profonda 40.

Ci sarebbe da festeggiare, se non fosse che l’obiettivo primario di Ankara in realtà non sono i miliziani dell’ISIS, ma i combattenti curdi, dentro e fuori i confini. Nell’area teatro delle operazioni non vi sono infatti solo gli uomini dello Stato Islamico, che nonostante la sconfitta subita a Kobane (tutti ricordiamo i carri armati turchi immobili a pochi chilometri dalla città che le unità curde difendevano fino allo stremo) stanno continuando l’offensiva, ma si è anche consolidato il controllo dei curdi. Essi stanno approfittando del conflitto in corso per realizzare il loro sogno: uno stato indipendente. Preoccupato per l’esistenza de facto di un Kurdistan libero e indebolito dalla perdita della maggioranza assoluta in parlamento Erdoğan ha deciso per un’azione drastica che ritiene indispensabile per recuperare consenso prezioso in vista delle probabili elezioni autunnali e per limitare la minaccia curda.

La strategia del presidente turco coniuga due piani d’azione strettamente interconnessi: da un lato vuole indebolire i curdi e gli altri oppositori sul piano politico, bloccando il processo di pace con il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) ed esacerbando e le tensioni interne alla Turchia a danno dell’HDP (Partito moderato curdo) e del CHP (Partito Popolare Repubblicano turco); dall’altro sta approfittando della guerra contro l’ISIS per bombardare basi del PKK e di altre formazioni curde oltre confine e distruggerne l’efficacia bellica in caso di uno scontro Turchia-Kurdistan dopo la sconfitta dello Stato Islamico.

Ankara sta però giocando con il fuoco, rischiando di gettare al vento mesi di negoziati e di infrangere il delicatissimo equilibrio regionale, oltre che quello, altrettanto fragile, interno alla coalizione anti-ISIS.
In primo luogo è stato stracciato il cessate il fuoco raggiunto dal governo turco con il PKK dopo anni di guerriglia (accordo che Erdoğan ha sempre considerato uno dei suoi più grandi successi) e sono già ripresi gli attentati nel Sud-Est della Turchia. Il rischio è che i curdi turchi, 15 milioni secondo la CIA, rinuncino definitivamente alla partecipazione politica nella Repubblica di Turchia per perseguire l’indipendentismo, anche a costo di uno scontro militare.
L’altro grave pericolo è che la già di per sé piuttosto scarsa tenuta della coalizione venga irrimediabilmente compromessa da uno scontro al suo interno. Per quanto in parte le ideologie all’interno del variegato universo curdo possano essere diverse il legame tra PKK e curdi siriani dell’PYD è molto forte e colpire un partito curdo vuol dire colpire tutti i curdi. Proprio il braccio armato dell’PYD, le famigerate Unità di Protezione del Popolo, (YPG) si sta dimostrando fondamentale in questo conflitto, svolgendo con una certa efficacia quel ruolo di boots on the ground che nessun altro membro della coalizione ha la capacità o il coraggio di assumere. Non serve essere degli esperti di strategia bellica per capire che molto difficilmente i comandanti delle YPG collaboreranno di buon grado con chi bombarda i loro fratelli e soprattutto non ha nessuna intenzione di concedere loro l’autonomia e ancor meno l’indipendenza, che è poi il vero motivo per cui i curdi combattono questa guerra.

Napoleone vinse diverse campagne in netta inferiorità anche grazie al fatto che i suoi avversari non si fidavano gli uni degli altri e tendevano a coordinarsi poco e male nelle operazioni belliche. Ankara, con le azzardate modalità del suo intervento, rischia di fare all’ISIS lo stesso favore che i malfidenti comandanti europei fecero all’Empereur, rendendo ancor più remota la possibilità che la coalizione combatta come un unico soggetto anziché come tante entità separate prive di una strategia militare comune.
Se Erdoğan davvero intende contribuire a sconfiggere l’ISIS e desidera evitare che scoppi un conflitto nel conflitto non ha altra scelta che raggiungere prima che sia troppo tardi un’intesa con i curdi, i quali ricordo che ad oggi sono gli unici ad aver sconfitto l’ISIS sul campo.

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Un pensiero su “La strana e pericolosa guerra di Erdoğan

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