Taccuino da Washington, sesta puntata. Trump e il maggioritario

In questo paese, dove le primarie sono un affare serio e le campagne elettorali inziano con anni di anticipo, hanno fatto clamore le esternazioni dell’eclettico miliardario Donald Trump.

Il riccone platinato, recentemente gettatosi nella mischia delle primarie repubblicane, ha usato frasi non proprio felici, e certamente non politicamente corrette per riferirsi agli immigrati messicani che lavorano negli Stati Uniti. Con un aplomb che farebbe invidia al meglio Salvini, ha chiamato questi “criminali e stupratori”.

Nonostante, o grazie, a ciò, al momento Trump è il più gradito agli elettori repubblicani, davanti a personaggi a noi più noti come Jeb Bush (fratello e figlio di Bush 2 e Bush 1) e Scott Walker, attuale governatore del Wisconsin. Quest’ultimo è un personaggio quanto meno opinabile, relativamente alle riforme da lui condotte, ma non può che raccogliere la nostra simpatia per le dure lotte contro il sindacato che ha intrapreso in questi anni. (Ammetto di non sapere come siano i sindacati americani, ma se fossero delle lobby reazionarie come i nostri, allora forza Walker!)

Insomma, mancano diversi mesi alle primarie in Iowa e New Hampshire che apriranno le danze del grande anno elettorale che sarà il 2016, ma i media Americani stanno dedicando grande attenzione al Trump fenomeno.

Infatti tutti i commentatori sono alquanto concordi ad asserire che Trump non abbia chance alcuna di diventare il 45esimo presidente Americano. Questo perché difficilmente vincerà le primarie repubblicane e ancora più difficilmente vincerà le elezioni vere e proprie, nonostante il mood estivo a lui favorevole.

La cosa senza dubbio positiva è che dal momento in cui si ritirerà dalla competizione delle primarie, non sentiremo più parlare di lui.

Questo è in larga parte dovuto al sistema maggioritario, tramite il quale partiti o esponenti politici particolarmente estremisti, possono si urlare fino a sgolarsi durante le campagne elettorali, in cerca di un po’ di notorietà e di quei famosi quindici minuti di fama, ma al Congresso ci vanno i due partiti più moderati. Che, come il teorema dell’elettore mediano ben ci spiega, non avranno posizioni troppo lontane dal centro.

Insomma la differenza tra un manipolo di grillini e leghisti, che quotidianamente prendono in ostaggio il parlamento, per esporre le loro posizioni inutili o sovversive, e Nigel Farage, che ha pià posti nella sua Smart che seggi in parlamento sta tutto lì. In quelle tre parole. Sistema maggioritario puro.

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