Cuba, Iran, multilateralismo e successi: la politica estera di Obama

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Oggi, 20 luglio 2015, è una data storica per le relazioni internazionali: un’ambasciata americana verrà aperta a L’Avana, capitale di Cuba, e, viceversa, una cubana verrà aperta a Washington D.C.. Che cos’ha tutto ciò di speciale? Beh, presto detto.
Dopo ben 54 anni di assenza di rapporti diplomatici e dopo altri 33 di presenza di Cuba come “Stato sponsor del terrorismo”, finalmente le relazioni fra Cuba e gli Stati Uniti d’America si normalizzano. Affermando che Cuba avesse “una storia di supporto ad armate e movimenti rivoluzionari nei paesi ispanofoni ed in Africa, […]fornisce diretto supporto nei termini di reclutamento, armi, porto franco e consiglieri militari ad una grossa diversità di gruppi di guerriglia“, fu inserito nella lista degli Stati sponsor del terrorismo durante la presidenza Reagan dal suo Segretario di Stato Alexander Haig.

Come risultato del Report nazionale sul terrorismo dell’agosto 2011, nel dicembre 2014 il Presidente Barack Obama ha richiesto al suo Segretario di Stato di lanciare immediatamente una revisione dell’inclusione di Cuba nella lista. Successivamente Obama annunciò il 14 aprile 2015 che Cuba sarebbe stata rimossa dalla lista. Cuba non sarebbe stata rimossa fino ad una revisione di 45 giorni durante la quale il Congresso Americano avrebbe potuto bloccarla attraverso una risoluzione bipartisan, cosa che alla fine il Congresso non fece. Uno dei più grandi successi della politica estera di Obama.

La risoluzione dei problemi americani con Cuba però si inserisce in un quadro ben più ampio: la politica estera inaugurata (o meglio, ripresa, come poi vedremo) da Barack Obama. Oltre a questo enorme successo, che costituisce una completa svolta ad U nella politica estera americana (girava una frase su una pagina Facebook che recitava “Republicans now say “We had true enemies in Cuba and Iran before Obama messed the whole thing up” (per i meno anglofoni, “Avevamo veri nemici a Cuba ed Iran prima che Obama incasinasse tutto)), Barack Obama ha ottenuto diverse conquiste nell’ambito della diplomazia e della politica estera (come ad esempio l’accordo siglato a Vienna sul nucleare iraniano) semplicemente invertendo la rotta della politica estera inaugurata da Bush.

G. W. Bush durante il suo primo mandato (2001-2009) ebbe un approccio alle relazioni internazionali dapprima isolazionista, volendo andare nella direzione opposta inaugurata dalla precedente amministrazione Clinton, poi passando alla primacy a seguito del fatale 11 settembre 2001, mirando a riguadagnare posizioni di prestigio del paese d’Oltreatlantico perse a causa, come diceva Bush stesso, della politica estera del suo predecessore. La guerra al terrorismo inaugurata come caposaldo della primacy fu un tentativo, seppur poco cosciente, di tentare di dotare nuovamente gli Stati Uniti di una strategia di lungo termine come lo era stata precedentemente il containment; una delle linee guida di questa nuova politica era l’unilateralismo, cioè il voler prendere decisioni unilaterali, scavalcando il diritto internazionale e le istituzioni ed organizzazioni internazionali. Ed i frutti di quella politica sono sotto gli occhi di tutti (vedi guerra in Iraq, fallimento della guerra in Afghanistan per cacciare i talebani ecc.).

Con l’amministrazione Obama si ebbe una svolta verso la cooperative security ed il ritorno al multilateralismo bistrattato e calpestato da Bush: fu così che esso diventò il faro della sua politica estera, reinstallando la coscienza delle istituzioni internazionali e del loro ruolo a risolvere le controversie che minacciavano di creare subbuglio nella comunità internazionale. Ciò avvenne tramite la semplice applicazione del liberismo internazionale:

a) Rilancio delle istituzioni internazionali (qui la NATO), scavalcate da Bush per la guerra in Iraq; peraltro, piccola postilla, nel Summit del 2008 della NATO di Bucarest, fu proprio Bush a spingere ed a decidere per una maggiore integrazione dell’Ucraina e della Georgia nell’Alleanza Atlantica, cosa a cui peraltro paesi come Francia, Italia e Germania erano contrari. Bush oltrepassò ciò che la Russia riteneva come una linea rossa di non ritorno. Obama, successivamente, nel summit del 2009 decise di marginalizzare la questione dell’allargamento della NATO per rimettere al centro una posizione più unitaria nella questione afghana.
b) Politica di distensione, specialmente con Russia e paesi arabi, come enunciato nel suo discorso al Cairo nel 2009, e politica di negoziazione, coronato poi dal successo dell’accordo di Vienna.
c) Aumento del coinvolgimento degli Stati Uniti nel mondo attraverso una apparentemente paradossale riduzione del proprio impegno militare, come previsto dalla dottrina del selective engagement e del leading from behind.
d) Non lasciare impunita qualsiasi violazione del diritto internazionale, come più volte commesso da Putin per la questione ucraina, invadendo uno stato sovrano.

Insomma, Obama potrà anche essere criticato per diversi aspetti della sua politica interna (peraltro pure essi decisamente contrassegnati dal segno +, ma non è questa la sede), ma per ora si può affermare che ha ottenuto più successi che sconfitte, facendo del trionfo dell’internazionalismo liberale il caposaldo della sua politica estera.

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