ISIS, ovvero il franchising del terrorismo

I sempre più frequenti attentati di matrice jihadista che colpiscono ormai in ogni parte del mondo portano gran parte dell’opinione pubblica a ritenere che vi sia un disegno terroristico globale i cui fili sono retti dall’ISIS. Fortunatamente non stiamo assistendo a nulla di tutto ciò.

Il sedicente Califfato islamico non si occupa quasi per nulla di terrorismo internazionale per due fondamentali motivi: perché il terrorismo non rientra tra i suoi obiettivi principali, che restano l’espansione ed il consolidamento di uno stato islamico e perché non ne ha bisogno, dato che può contare su migliaia di simpatizzanti sparsi per il mondo e pronti ad occuparsene a costo zero. Occorre infatti tenere presente che il terrorismo internazionale è un’attività piuttosto costosa e, a differenza di Al-Qaeda che viveva come un parassita nell’Afghanistan talebano, l’ISIS deve impiegare la stragrande maggioranza delle sue (comunque ingenti) risorse nello sforzo bellico e nel controllo del territorio. Organizzare grandi attentati internazionali richiede molto tempo ed enormi fondi per raccogliere informazioni, addestrare attentatori e dotarsi di tutto il materiale necessario e l’ISIS non ha abbastanza né dell’uno né degli altri.

Tuttavia l’ISIS (o DAESH, come sarebbe più corretto chiamarlo) può affidarsi ad una folta schiera di aspiranti attentatori che vengono affiliati ad esso con meccanismi del tutto simili a quelli delle gelaterie in franchising. Si tratta infatti di lone wolves (lupi solitari, cioè non parte di alcuna cellula terroristica) o di piccoli gruppi che in cambio dell’enorme risonanza mediatica garantitagli dall’ISIS appongono alla loro opera l’ormai tristemente famoso drappo nero, esattamente come un gelataio indipendente in cambio delle royalties ottiene di poter usare il brand dell’azienda madre cui si lega. In questo modo il Califfato riesce a sviluppare un’attività terroristica che non prevede alcun costo fisso, in quanto appaltata di fatto a costo zero ad altri soggetti. Nasce quindi una nuova categoria di terroristi improvvisati, scarsamente addestrati (quasi nessuno di loro è stato nei campi in Siria ed Iraq), privi di coordinamento tra loro e dotati di risorse piuttosto limitate. Si scagliano poi su un qualunque obiettivo vicino ed una volta compiuto l’attentato l’ISIS ne reclama la paternità e l’ideazione in virtù del fatto che appare il suo brand, mentre in realtà non ha fatto nulla.

L’essere dei dilettanti, unito al fatto che risultano quasi del tutto privi di legami manifesti con il terrorismo jihadista, rende però questi attentatori assai difficili da contrastare. Paradossalmente gli attentati di Al-Qaeda, concepiti come spettacolari e portati avanti da professionisti del mestiere, erano più facili da individuare e sventare proprio perché necessitavano di lunghi tempi di preparazione, della mobilitazione di ingenti risorse e  di un perfetto coordinamento fra tutti i partecipanti. Al contrario gli attentati compiuti in nome dell’ISIS, generalmente responsabili di un numero ben più basso di vittime e dotati di un minore effetto scenografico, risultano più imprevedibili essendo relativamente più facili e veloci da organizzare e potenzialmente attuabili ovunque. Proprio l’angoscia suscitata nelle popolazioni occidentali dall’impossibilità di vedersi garantita una protezione sicura li rende tanto efficaci e cari al Califfato.

L’unico modo in cui si possa contrastare davvero questa nuova forma di terrorismo è colpire il filo che lega l’azienda madre (ISIS) ai suoi affiliati: la propaganda.

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