Merkel, Tsipras, Nash.

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della banalità. Oggi su tutti, ma proprio tutti i quotidiani europei (e anche alcuni americani, il buon Krugman non se ne lascia sfuggire una), c’era almeno un editoriale che parlava della cattiveria teutonica. L’intesa non piace al Der Spiegel, non piace ai quotidiani della sinistra e della destra europea, non piace a molti commentatori italiani. Non piace neanche al Financial Time, sul quale Wolfgang Münchau si spinge a definire l’accordo come la Demolizione del Progetto Europeo, azzardando addirittura che la moneta unica abbia avuto un effetto negativo per la crescita italiana. Grillo non avrebbe saputo dirlo meglio.

Ecco allora che aggettivi come: “ Brutale! Punitivo! Anti-Democratico!” risuonano nelle grida in due continenti. La caccia all’untore può dunque avere inizio, con il tedesco, vile e traditor, che vuole instaurare il quarto reich a forza di liquidità emergenziale (interrotta). Angela Merkel poi, con Schauble sono i bersagli perfetti per qualsiasi cazzata. Perché alla fine che vuoi che ne sappiano la cicciona e lo storpio, figli del regime nazista, di cosa sia l’economia? E poco importa all’EM (Europeo Medio), che alla fine i giornali li compra, che la Merkel sia la persona più seria e competente, forse insieme a Mario Draghi, che sieda ai consigli europei. O che Schauble sia ridotto su una carrozzella in seguito a un vile attentato. O che la Germania abbia fatto eccome i conti con il proprio infame passato.

Quello che i commentatori non dicono, e che proveremo a rivelare su questo blog, come al solito “con la massima umiltà”, quale è il nostro motto, è che la dimensione economica non è tutto nella vita reale.

Pensiamo alla nostra situazione europea. Da una parte abbiamo la Germania, motore trainante dell’Euro Zona, governata da un governo da coalizione ma in larga parte in mano al partito Cristiano-Democratico. La piattaforma elettorale di tale partito è basata su politiche rigoriste, forse talvolta pure troppo. tuttavia in una cultura in cui la parola debito e colpa sono la stessa (Schuld), non è che gli elettori si aspettino qualcosa di troppo diverso dal “chi ha debiti li deve pagare, punto”.

Dall’altro la Grecia. Paese già da diversi anni sull’orlo del baratro da decenni terra di clientelismo, evasione fiscale, politiche economiche davvero costose. Qui, lo scorso gennaio, le elezioni vennero vinte, grazie soprattutto al sostanziale aiuto della Brigata Kalimera, da Tsipras, populista da strapazzo che promise di non ripagare l’enorme debito che il proprio paese aveva contratto negli anni precedenti, e annullare qualsiasi memorandum che i governi passati avevano contratto con la famigerata Troika.

Viste le premesse, non c’era certamente troppo spazio per trovare un compromesso. E infatti per mesi ci siamo divertiti a vedere il balletto dei simpatici rappresentanti Greci che da Atene a Bruxelles si dilettavano a ricordare che l’Europa senza la Grecia non era nulla, che mai li avrebbero buttati fuori e che quindi avrebbero fatto quello che gli pareva.

Arriviamo così a metà giugno, quando anche Tsipras e Vaorufakis si ricordano che qualche debitino da pagare ce l’hanno ancora. Viene così stillato un accordo con la troika, che in un attimo di grande affidabilità greca viene però sottoposto a referendum popolare. È la democrazia bellezza, dice Tsipras. È populismo, codardo! Gli ricorda chiunque sia dotato di buonsenso.

Poi il resto lo conosciamo tutti: i greci che votano e rifiutano un accordo che già non esisteva più, la Grexit che alleggiava più sulle cancellerie che sui mercati per tutta la settimana scorsa e infine l’accordo delle scorse ore, punitivo come dicono tutti, in cambio di un salvataggio, l’ennesimo.

E la Merkel in tutto ciò? La Merkel si è trovata in una posizione di fuoco: da qualche anno a questa parte è stata de facto eletta a leader europeo (Reluctant Hegemon, l’aveva definita il The Economist in un numero del 2013). Tuttavia essendo anche cancelliere del suo paese ha dovuto mediare da una parte con i “falchi” della CDU che spingevano, al fine di assecondare il proprio elettorato, per un rigore estremo. Dall’altra con la propria visione europeista, basata si sul rigore e sui conti in ordine, ma anche su una maggiore integrazione economica e fiscale.

Immaginate la povera cancelliera, quando dopo mesi di trattative, si vede sfidare dal bulletto di provincia. Il quale, dopo aver ingannato il proprio popolo, con la falsa promessa di avere più potere negoziale sul piano europeo, è riuscito anche a vincere il referendum.

Era il suo turno di gioco. Che cosa poteva fare? Le opzioni sul tavolo erano quattro.

Se avesse avuto la stessa maturità del suo partner Greco, avrebbe semplicemente lasciato fallire ogni prospettiva di accordo. Una volta terminata la liquidità emergenziale della BCE la Grecia si sarebbe trascinata da sola verso il default e la probabile uscita dall’Euro. Ciò l’avrebbe certamente rafforzata in patria. Magari la sua immagine da leader europeo non sarebbe uscita indenne da questa storia, ma è anche possibile, che con persone più responsabili sarebbe riuscita a creare un’Europa più integrata.

Tuttavia, da vero leader, europeista, non ha scelto questa strada. Le altre tre opzioni riguardavano sedersi a un tavolo, negoziare e giungere a un nuovo accordo.

Il nuovo piano poteva, ad esempio prevedere un accordo più soft. Tra tutte, questa era la strada meno percorribile, per il semplice fatto che avrebbe creato un problema di azzardo morale. Proporre termini migliori avrebbe significato che qualsiasi paese può fare quello che gli pare, chiamare un referendum e vedere la propria posizione negoziale migliorata.

Le altre due scelte prevedevano scegliere un accordo che fosse uguale o peggiore, per la Grecia (più punitivo come direbbero i giornali) rispetto a quello proposto, ritirato e rifiutato dai Greci qualche settimana prima.

Anche qui le scelte non erano molte: riproporre lo stesso identico trattato significava premiare una scelta di perdita di tempo e di qualsiasi credibilità della controparte. L’alternativa era solo una, quella che è stata scelta.

Se quindi si abbraccia la teoria che per la Grecia sia meglio rimanere nell’Euro Zona a qualsiasi costo, allora i Merkel critici dovrebbero invece ringraziare la cancelliera tedesca per la sua scelta, politicamente costosa, in quanto di meglio non si poteva fare.

E infatti, quello che non ho letto oggi erano le possibili alternative all’accordo di ieri notte. Oltre qualche generico richiamo all’Europa fondata sui popoli (come se l’unico popolo europeo fosse quello ellenico) e il classico rimando al nuovo piano Marshall di Piketty e soci, non ho visto proprio nulla.

Insomma, siamo realisti. Dopo i disastri di Syriza c’era solo una strada per la Grecia, di rimanere nella moneta unica. Quella che è stata percorsa.

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