Tsipras e la democrazia a targhe alterne

Per chi di politica ci campa e di economia poco ne mastica, il NO al referendum greco segna un punto a favore. Dopo anni di supplizi quotidiani autoinferti per cercare di cavare qualcosa da pagine di grafici, tabelle e aliquote (salvo poi zompare a pié pari a pag. 8, ultimi croccanti retroscena da Montecitorio), finalmente torna la Retorica, per l’occasione officiata dai suoi massimi teorici, i greci. Così, complicati quesiti di politica economica vengono sottoposti al venditore di γύροϛ da un giorno all’altro, giusto per evitare che possa farsi un’idea. Tanto, si dirà, la pancia conosce ragioni sconosciute alla mente. Sarà.

Nel frattempo, noi italiani, massimi interpreti di quest’idea ruffiana di retorica (che, intendiamoci, sta alla Τέχνη ρητορική aristotelica come i greci attuali agli antichi elleni e i romani di Torpignattara al mos maiorum), ci accodiamo lemme lemme: Vendola va ad Atene e si fa chiamare Kalimero perché è incavolato nero, Fassina va ad Atene perché lo si nota meglio, Di Battista detto Dibba va ad Atene perché è bello e buca lo schermo, Grillo si fa una nuotata nel Pireo, Salvini non va ad Atene benchè approvi Tsipras ma solo un pochino (ne salva la pars destruens, quella che dà della culona a Fraü Merkel).

Insomma, si inneggia a Marx nel nome del riscatto di interi popoli dal giogo dei comitati di affari della borghesia (Troika e Gruppo Bilderberg!11!!), ma trionfa la Sovrastruttura, di cui il folklore è espressione farsesca. Cosa resta dunque della Politica, una volta depennati i contenuti da cui essa dovrebbe trarre linfa? Resta la campagna elettorale, mezzo che diventa fine e si autogiustica:

  • e pazienza se il deficit di competitività della Grecia, ben esemplificato dalla bilancia commerciale (export-import) in profondo rosso, c’entri nulla con la troika;
  • e pazienza se la Grecia ha fatto carte false (in tutti i sensi) per entrare nell’euro, sicché a Gennaio 2010 il deficit è balzato d’un botto dal 3,7% al 12,7% in seguito ad accurata revisione dei conti (!);
  • e pazienza se, fino al 2012, in Grecia il tasso di sostituzione pensione/ultimo stipendio era ben oltre il 90%;
  • e pazienza se nel quindicennio 1999-2014 il PIL pro-capite greco è rimasto complessivamente invariato in termini reali (+2,7% nominale, ultimo quinquennio incluso), drogato da finanziamenti a tassi stracciati in seguito all’adesione all’euro. Tassi che, peraltro, rimangono al di fuori di ogni merito creditizio anche nell’attuale congiuntura. Se infatti i mercati prezzano sul secondario rendimenti monstre (36% sulle nuove emissioni a 2 anni, 15% a 10 anni), con una curva dei rendimenti fortemente invertita causa elevata probabilità percepita di default, viceversa l’onere medio complessivo sul debito si aggira intorno al 2%: meno della metà di quello pagato dall’Italia sul proprio (5%). Com’è possibile? Solo il 26% del debito pubblico greco è nelle mani di investitori; il resto è stato in buona parte accordato dalla famigerata troika tramite il fondo salva stati europeo (Financial Support Mechanism Loans);
  • e pazienza se ci tocca pure sentire che “i soldi dei salvataggi vanno alle banche, non al popolo”(© Tsipras, ma anche D’Alema: ci voleva Renzi per fargli dire qualcosa di sinistra). Dei 252 miliardi di aiuti che la troika ha concesso ad Atene, è vero, solo 20 sono entrati direttamente nelle casse del governo greco. Tuttavia, l’haircut del 2012 (sostituzione di precedenti bond greci con altri a più lunga scadenza e rendimenti inferiori) su titoli detenuti da privati ha portato a una riduzione del debito pubblico greco di 100 miliardi (50% del PIL!). Il programma era su base volontaria e, comportando perdite di capitale per svariati miliardi, istituti quali BNP Paribas, Commerzbank, Société Générale hanno richiesto incentivi di natura “liquida” e normativa in cambio della propria adesione. Logiche perverse del turbocapitalismo, meglio il caro vecchio esproprio proletario.

Questi erano alcuni degli spunti di riflessione che un referendum realmente democratico avrebbe dovuto, non certo potuto, approfondire. Ma, a ben pensarci, neppure ciò sarebbe stato sufficiente a legittimare il ricorso alla tanto agognata democrazia à la Rousseau.

Noi, che sappiamo bene come l’Europa segmentata, nel mondo globalizzato, sia destinata a fare la parte del manzoniano vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro, dobbiamo a maggior ragione essere realisti: gli Stati Uniti d’Europa sono (ancora) un’idea iperuranica, vagheggiata pigramente in qualche grigia conferenza da neo-positivisti d’accatto a caccia di rinfreschi. 

Pretendere che, nel nome di un comune sentire, estoni, lettoni, lituani e slovacchi (più poveri dei greci) accettino con spirito compassionevole un haircut sul debito greco, è mettere il carro davanti ai buoi con anni, forse decenni, d’anticipo. Peggio: è spaventosamente antidemocratico, poiché il lattaio slovacco avrebbe il sacrosanto diritto di essere consultato quanto e più del nostro venditore di γύροϛ su una manovra che, direttamente o indirettamente, impatterà le proprie tasche (no taxation without representation).

Forse non aveva tutti i torti Charles Bukowski quando definiva la democrazia come quel sistema in cui prima voti poi prendi ordini. Fortunatamente il popolo greco ha potuto dire la sua: in piazza Syntagma si celebrava proprio questo gigantesco imbroglio. Ora è tempo di passare alla fase 2.

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