Taccuino da Washington, quarta puntata. Barack, sei sicuro?

Nei mesi scorsi grande risalto mediatico venne dato a un pre-accordo, firmato da Washington e Teheran riguardante l’annosa disputa sul nucleare iraniano.

L’evento venne definito storico, non si sa bene se per la portata dell’avvenimento o se per aver fatto sembrare, almeno per cinque minuti, che la Mogherini contasse davvero qualcosa in Europa.

L’accordo prevedeva che le parti si sarebbero riviste entro il 30 giugno (ora prorogato al 9 luglio ma probabilmente si andrà oltre), per definire bene i dettagli del trattato stesso. L’intelaiatura era tuttavia abbastanza semplice: programma nucleare limitato in cambio dell’abbandono delle sanzioni economiche, che da anni stanno indebolendo l’economia iraniana.

Io, al pensiero che un altro paese dell’ ”asse del male” potesse possedere una qualsiasi forma di energia nucleare, proprio tranquillo non lo ero. Insomma, l’Iran è una tirannia teocratica, che minaccia costantemente Israele e l’occidente, perché dovremmo fidarci?

Insomma la mia posizione un po’ da falco, falchetto più probabilmente, vista l’età e la poca esperienza negli affari di mondo, era condivisa con la destra americana (per la prima volta io e i repubblicani eravamo d’accordo su qualcosa) e pochi altri. Tutto il resto dell’opinione pubblica, per lo meno quella Italiana, applaudiva Obama per l’ennesimo miracolo e la gauche di tutta Europa sospirava che si, forse il premio Nobel per la Pace gli era arrivato un po’ tanto presto, però cavolo, se lo stava meritando tutto!

Poi arrivai negli Stati Uniti, e iniziando a leggere gli editoriali americani, mi convinsi di quanto pericoloso questo trattato al momento poteva essere, e di come la mia opinione era diffusa anche tra i commentatori liberal, che ogni giorno pubblicano sul New York Times o sul Washington Post.

Uno su tutti, Thomas Friedman (non risulta sia imparentato con quell’economista brutto e cattivo, don’t panic) che si domandava, abbastanza coerentemente, perché Obama non riesca a fare la voce grossa con gli Iraniani, e a minacciare di interrompere i negoziati se non si raggiunge un accordo decente.

Già perché i punti in discussione al momento sono molto problematici.

In primo luogo le sanzioni commerciali. Teheran vorrebbe che venissero eliminate subito, appena l’accordo entra in vigore, gli Stati Uniti gradualmente. In entrambi i casi la domanda è la stessa: come impiegherà Khamenei i soldi incassati? Trattasi di diversi miliardi di dollari, non proprio noccioline. Creerà qualche parchetto in più per i bimbi iraniani o userà i fondi per comprare altre armi, finanziare gli Hezbollah o accelerare sulle tecnologie nucleari?

E a proposito di tecnologie, siamo sicuri che le turbine e le quantità di uranio impoverito che l’Iran potrà tenere saranno sufficienti a garantire che basteranno a non fabbricare la bomba? Perché secondo un altro editoriale del New York Times, investire i soldi delle sanzioni in nuove tecnologie porterebbe il break-out time a pochi mesi. Perché volere correre un rischio del genere.

Altro rischio da non sottovalutare è la stabilità regionale. Come è possibile che l’altra grande teocrazia della zona, l’Arabia Saudita, non si possa sentire minacciata dal suo eterno rivale? Il regno Wahabita, potrebbe infatti iniziare a rincorrere il nucleare a sua volta, rendendo così il Medio Oriente, area già di per sa alquanto instabile, un enorme arsenale in cui le armi atomiche sono in mano a due regimi pericolosi e inaffidabili.

Insomma perché correre questi rischi? È necessario stipulare un accordo oppure si può continuare sulla strada di sanzioni, magari sempre più stringenti e soffocanti?

Sono considerazioni che sia l’amministrazione Obama che il congresso dovranno valutare bene, prima di destabilizzare ulteriormente questa parte del pianeta e mettere in pericolo la nostra stessa sicurezza.

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