Facciamo un bel respiro e riflettiamo

Lo ammetto: il duo ellenico Tsipras+Varoufakis ha mostrato all’Europa una certa furbizia politica e un’elevata dose di coraggio. Sulle conseguenze nel medio-lungo termine passiamo oltre per non rendere amara questa loro vittoria, ma plaudiamo alla destrezza. Dell’ex-Ministro Varoufakis soprattutto. “Ha vinto la democrazia”. Sì, certo. Facciamo tutti un bel respiro, calmiamoci un momento e riflettiamo.

Dire che la democrazia ha vinto sulla plutocrazia è una bella frase da gridare in piazza Syntagma davanti a folle oceaniche, ma questa è vera democrazia? Nessuno di noi si sogna di insegnare ai greci il significato del termine, ma un bel ripasso degli ultimi cinquant’anni di democrazie rappresentative non farebbe male a nessuno. Qualcuno di voi si è chiesto per quale ragione nelle Costituzioni europee non viene contemplato il referendum su trattati internazionali e politiche fiscali? Vero che questo referendum era sul nulla – ah sì, scusate, contro l’austerity di una proposta di compromesso ritirata una settimana prima, che sbadato! – ma da quel che traspariva era proprio un referendum sulla politica fiscale greca decisa in un contesto internazionale. Scricchiola la vostra convinzione democratica? Non ancora? Proviamo con qualcos’altro.

Yanis Varoufakis si è dimesso. Che uomo! si sentono gridare giovani voci in tutta Europa. Se non vado errato, Mr Varoufakis è stato messo al Governo come Ministro per portare la Grecia fuori dalla recessione. Essere Ministro comporta diritti e doveri: il diritto di presentarsi ai consigli europei in motocicletta e dire la propria anche in contesti di negoziazione, ma anche il dovere di onorare il proprio officio, tentare il compromesso e restare in carica così da dare agli elettori la possibilità di giudicare l’operato. Ma se non vado errato, il Ministro è stato nominato a febbraio, non solo non è riuscito a trovare un compromesso, ma ha allontanato le già lontane posizioni con i partner e ha dato le dimissioni “per aiutare Alexis” in queste ore drammatiche. Un vero public officer. Non siete ancora convinti? E allora tentiamo con quest’ultima argomentazione.

La Grecia democratica contro il gigante Golia europeo dittatoriale. A parte il fatto che ogni Governo europeo è direttamente o indirettamente eletto dal popolo, che il Parlamento europeo è altrettanto eletto, e a sua volta elegge la Commissione attraverso lunghe (e noiose) negoziazioni interne, ma il referendum greco vi pare davvero un esempio di democrazia? Gettare in pasto ai cittadini un compromesso non definitivo (e già ritirato) nella forma di una domandina sì/no con una settimana di tempo per capire di cosa si stesse parlando vi sembra democrazia? Sì? Molto bene, passiamo oltre.

Io ho una domanda democratica da porre. Posto che Varoufakis ha perfettamente ragione quando critica l’impianto europeo, critica, tra l’altro, che viene da ogni parte più o meno illuminata dell’emisfero politico continentale (tralasciamo gli euroscettici, grazie), qual è la loro idea di sviluppo? E’ qui che non capisco. Togliamo di torno referendum, idee balzane e accuse vicendevoli. Davvero: che idea ha la Grecia di futuro? Prendiamo come ipotesi che il debito venga cancellato domani: non il 30%, non il 50%, ma il 100% del debito (posto che questo sia il vero problema), e poi? Spesa pubblica a manetta? Riforme strutturali in un sistema clientelare senza alcun payoff negativo che costringa il Parlamento a votarle?

Ieri su Facebook girava un post simpatico che sostanzialmente diceva: è divertente vedere Stefano Fassina festeggiare per le strade di Atene esultando per la sconfitta del liberismo da parte di un paese fallito a causa del troppo statalismo. Semplifica molto, lo ammetto, ma rende l’idea. Per quanto mi riguarda, il debito greco può essere ristrutturato domani posto che mi si spieghi quale futuro dare al Paese al di là di “un’Europa solidale, sociale e democratica”(cioè?). 

Resta fondamentale per noi ragionare sull’impianto europeo: tornare indietro o fare il salto in avanti? Il 26 marzo 2012 l’editoriale dell’Economist scriveva: “WHAT will become of the European Union? One road leads to the full break-up of the euro, with all its economic and political repercussions. The other involves an unprecedented transfer of wealth across Europe’s borders and, in return, a corresponding surrender of sovereignty. Separate or superstate: those seem to be the alternatives now”.

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