La necessità di cambiare

La crisi greca e il referendum di ieri sono una sconfitta per tutti.
Lo sono per la Grecia che ha sprecato tre anni e centinaia di miliardi di euro per ritrovarsi nella medesima situazione di prima e cioè con le casse dello stato vuote e un sistema pubblico insostenibile. Lo sono, paradossalmente, anche per l’esecutivo di Atene che ha dilapidato con arroganza in sei mesi la fiducia e la pazienza dei creditori internazionali e che con il risultato della consultazione ha allargato la breccia che lo separa da un accordo. Accordo senza il quale la Grecia sarebbe costretta ad un disastro economico inimmaginabile o a divenire un satellite della Russia di Putin. Infine lo sono per l’Europa, che dopo aver commesso molti errori, primo tra tutti la scelta di coinvolgere l’FMI, non è mai riuscita a proporre una strategia condivisa di lungo periodo e ha perso di vista l’obiettivo primario: il ritorno alla crescita.

Come tutte le sconfitte questa è (e deve essere) però anche un’occasione per cambiare.
Mai come in questa situazione l’Europa ha mostrato tutti i suoi limiti: un modello di governance che non riesce ad esprimere una visione diversa dall’austerity, una serie di ricette economiche che, anche per colpa della scarsa collaborazione dei pazienti, non hanno dato i risultati sperati ed una Banca centrale che ha fatto davvero “whatever it takes to save the euro”, ma che oltre non poteva andare. Neppure l’asse franco-tedesco, troppo stretto tra una Merkel condizionata dalla miopia dell’inflessibile Schäuble ed un Hollande più possibilista ma timoroso del sostegno di cui gode Tsipras tra gli euro-scettici francesi, ha saputo produrre una linea chiara che potesse davvero portare ad un accordo.

Appare evidente come sia dunque necessario un cambiamento di atteggiamento da parte di Bruxelles che superi gli egoismi nazionali ed abbia il coraggio di proporre un alternativa reale ad un dogma dell’austerità che non basta a creare ripresa e fiducia.
Le riforme strutturali delle economie in difficoltà rimangono una priorità irrinunciabile, ma ad esse vanno affiancate misure espansive da parte di quei Paesi, Germania in primis, che se le possono permettere, in modo da creare lo stimolo di cui abbiamo disperatamente bisogno. Il rispetto delle regole da parte di tutti è imprescindibile se si vuole creare una vera unione economica e politica, ma serve flessibilità nell’applicarle riconoscendo gli sforzi fatti quando vi sono senza irrigidirsi ciecamente soltanto sulle questioni fiscali.

Serve un’Europa diversa da quella intransigente teutonica che non sa vedere oltre i conti pubblici in ordine, ma diversa anche da quella assistenzialista auspicata da Tsipras che continua mantenere chi non ha fatto alcuno sforzo per risolvere problemi che lo affliggono da anni. Un’Europa che guardi alla crescita, ma senza dimenticare i vincoli comuni.
Trovare un compromesso reale tra questi approcci non è semplice, ma una via è già stata tracciata da un capo di governo europeo che ha saputo portare avanti riforme reali per risolvere alcuni dei mali atavici del proprio Paese ed ottenere un allentamento delle condizioni indispensabile per la crescita. Un capo di governo che ha chiesto sì di cambiare le regole come il suo collega di Atene, ma che nel frattempo è sempre stato anche il primo a rispettarle. Questo capo di governo non risiede né all’Eliseo nè alla Bundeskanzleramt, ma presso l’artisticamente più pregevole Palazzo Chigi.

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