Taccuino da Washington. Seconda Puntata: Athens Calling.

Riuscirà Tsipras, populista da quattro soldi, nell’impresa di fare fallire la più antica democrazia del mondo?

Se lo stanno chiedendo anche qui in America.

D’altronde le premesse ci sono tutte: la sua elezione a gennaio, sulle promesse di non ripagare il debito e portare la Grecia sulla dorata via del socialismo (si è visto). La sua vittoria, celebrata dalla sinistra italiana, e quindi vista con scetticismo da chiunque dotato di un po’ di buon senso.

E poi l’armata Brancaleone di cui si è circondato, dilettanti della politica che facevano ridere, altro che Berlusconi, tutte le altre cancellerie europee a ogni eurogruppo al cui si presentavano.

E fino all’ultima, fantastica trovata: chiamare un referendum per fare scegliere al popolo, alla gente, se accettare o meno degli accordi, che nel frattempo erano stati ritrattati.

Un genio, insomma. L’ennesima prova che la democrazia diretta, come da anni ci è propinata in salsa grillina, altro non è che un portentoso scarica-barile di ogni responsabilità politica.

Insomma, vista l’enormità del fenomeno, e perché no, anche il suo discreto fascino, i maggiori giornali statunitensi si sono rivelati prodighi in editoriali. Tra ieri e oggi almeno una quarantina di articoli, sui tre principali quotidiani (Washington Post, New York Times e Wall Street Journal) avevano come argomento la crisi ellenica.

Alcuni, a dire il vero, erano abbastanza simpatetici. Sul New York Times odierno, per esempio, si può leggere un editoriale, firmato da Andrew Ross Sorkin, secondo il quale, buona parte della crisi attuale, sia attribuibile a negligenza europea, e a un machiavellico piano, ordito dal ministro tedesco Schauble per rafforzare l’integrazione europea a spese elleniche. Sarà.

Altro interessante articolo è quello comparso sul The Washington Post, dal titolo “Euros of Mass Destruction”. Qui l’autrice , Catherine Rampell, argomenta sul perché, l’Europa non sia un’area ottimale per una moneta unica. Tirando in ballo anche Milton Friedman, la giornalista ragiona sul fatto che in un continente così frastagliato dal punto di vista linguistico, fiscale e politico, qualsiasi shock può provocare un disastro.

Non si tratta di riscoprirsi grillini o euroscettici. Certo è che l’euro, un’invenzione con un grandissimo potere politico, e dall’enorme potenziale economico, non poteva essere lasciato in mano a governi sconsiderati. Cosa che è puntualmente avvenuta nel caso greco, con il governo di Atene che iniziò subito a indebitarsi, con il nuovo conio, in maniera spropositata, molto di più di quanto avesse potuto sostenere.

Un articolo molto carino è quello, sempre sul Post: “The only prudent way forward for Greece”, nel quale viene giustamente ricordato come, votare contro gli accordi sarebbe semplicemente un suicidio. L’editoriale si chiude con una riflessione: in caso di vittoria del si, il governo di Syriza sarà molto probabilmente costretto a dimettersi, ragione in più per votare in maniera affermativa. Come dargli torto.

Infine, segnalo sempre sul post un’intervista con l’ex capo economista della Casa Bianca: Austan Goolsbee. Secondo lui ci sono solo quattro cose che si possono fare quando si ha uno shock in un’area con valuta unica: sfruttare la mobilità dei lavoratori, erogare sussidi permanenti, aumentare l’inflazione o aumentare la produttività dell’area colpita, magari tagliando i salari. Di queste quattro è evidente che la seconda e la terza sono fantascientifiche. Le opzioni rimaste non sono certo molte, insomma.

Da Europeista convinto, cerco di non farmi scoraggiare dalle notizie di queste ore, e nonostante tutto spero che la Grecia rimanga nell’Eurozona. Certo, questo rappresenterebbe un precedente spaventoso, in quanto significherebbe che qualsiasi paese, per quanto si comporti male, sia inaffidabile e non rispetti gli impegni presi, potrebbe comunque passarla liscia.

Ma l’alternativa è ancora peggio. Sarebbe la fine del sogno europeo di Spinelli e Delors, darebbe adito a populisti di ogni tipo a distruggere quel che resterebbe dell’Unione, significherebbe la fine dell’Europa Unita e senza frontiere. Senza ovviamente parlare delle catastrofiche conseguenze economiche che il Grexit potrebbe comportare.

Tra i due mali si sceglie sempre il minore, per questo tifo per il si.

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