Contro i “diritti acquisiti”

Premessa. Anche su questo blog si festeggia la decisione della Corte Suprema che rende di fatto legale in tutti gli Stati Uniti il matrimonio omosessuale. Questi non sono diritti acquisiti, ma diritti non negoziabili perché relativi alla persona nella sua individualità, alla libertà di scelta autonoma e al diritto/dovere di prendersi le proprie responsabilità in base alle proprie convinzioni.

Uso la premessa per distinguere i diritti tra individuali e acquisiti. I primi definiscono l’ambito di libertà della persona, sono inalienabili perché nessuna maggioranza dovrebbe avere il diritto di definire il modo “corretto” di vivere e pensare, se questo non incide e influenza negativamente il prossimo. Due uomini/due donne possono sposarsi? La vera domanda è: perché due uomini/due donne non potrebbero sposarsi? Lo Stato deve farsi da parte sulle preferenze dei singoli. E questo è un fatto.

I diritti acquisiti non sono inalienabili. Il diritto acquisito è una conquista politica di un gruppo di pressione/una lobby d’interesse che aumenta i benefici di una classe/gruppo a spese della comunità. Legittimo: chi vince tira la coperta dalla propria parte; se così non fosse non avremmo le elezioni, non ci sarebbe la democrazia e potremmo decidere tutto a tavolino sul come e perché dividerci la torta. Che spasso.

In Italia, da Paese irriformabile qual è, si considerano i diritti acquisiti “inalienabili”, “conquiste di civiltà”, “progresso in ogni senso e a ogni costo”. Articolo 18, pensioni, aumento salariale non correlato all’aumento di produttività: tanti diritti “inalienabili”. “Giù le mani dall’articolo 18” è uno slogan non solo oramai desueto e superato, ma sintomo di una façon à penser: ogni diritto conquistato non è più negoziabile, neanche a fronte di cambiamenti sociali ed economici.

Tra i suoi scritti politici, Norberto Bobbio asseriva che la crescita della democrazia, ovvero l’inclusione di gruppi sociali non rappresentati prima, avrebbe aumentato le richieste alla politica, ovvero i cosiddetti “diritti”. Il diritto, quindi, diventa una condizione inoppugnabile dell’individuo sociale, qualunque sia il costo della comunità che questo comporta.

Parli di costi sui diritti? Sì, perché i diritti costano. Non vi sembrava vero nei favolosi anni Sessanta o negli oscuri Settanta, ma, ahimè, ogni diritto ha un suo prezzo da pagare, e ogni comunità deve decidere come allocare le proprie risorse tra le diverse espressioni d’interesse. È un’immagine triste? Benvenuti nel mondo reale.

Noi sappiamo che rinunciare a un diritto è terribile: riduce le proprie rendite di posizione, sgretola la sicurezza economica a favore di altre classi e altri sistemi di produzione e scambio. È terrible la solidarietà quando questa richiede sacrifici veri, così come, più prosaicamente, è terribile vedersi sfilare da sotto il naso la propria ricchezza dai nuovi gruppi di potere. È un bene però che tutto questo accada in democrazia, dove il dibattito e il compromesso attenua quella che un tempo sarebbe stato l’assalto alla Bastiglia e la distruzione violenta di un vecchio sistema di norme e privilegi.

I diritti acquisiti non sono inalienabili: è meglio mettersi il cuore in pace. La comunità deve scegliere come ri-allocare le risorse, come rendere stabile e sostenibile un sistema, come rilanciare la crescita erodendo risorse tesaurizzate o manimorte moderne. In questi ultimi mesi alcune scelte delle più alte istituzioni repubblicane denunciano un pensiero diverso: così come i diritti individuali non potranno essere fermati dalle maggioranze, le richieste dei nuovi gruppi sociali, una volta organizzatisi, non potranno essere rifiutate, e questo è un fatto.

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