La Severino e l’affaire De Luca: qualche riflessione sparsa

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Sulla questione De Luca s’e’ fatto un gran parlare e, come spesso accade in Italia, dal calderone insaziabile delle polemiche s’è ricavato un pugno di mosche e si è ancora ben lontani dal fare chiarezza. Per intere settimane di agonizzante campagna elettorale il caso De Luca ha fatto da padrone ,incontrastato, alle confuse cronache politiche del paese. A coronare, poi, l’intero pasticcio italico di malcelato pressappochismo e viscido opportunismo politico ci ha pensato quella “leggiadra” (notare la colta citazione deluchiana) politica di primo pelo, che di nome fa Rosy e di cognome Bindi, mi pare, facendo ciò che tutti sappiamo. Ora, non voglio entrare nel merito politico della questione, ne intendo spulciare le diverse e , forse semplicemente inconciliabili, posizioni delle varie fazioni del partito sulla presunta inopportunità “etica” e “morale” di candidare il De Luca.

Stiamo, invece, anzitutto, all’immediatezza “folgorante” del dato politico: De Luca battaglia, si sgola, gira come una trottola su e giù per la regione, combatte zoppo con metà del partito contro e infine vince le elezioni strappando lo scettro al seppur rispettabile Caldoro. Renzi, ora, può mettere la sua bandierina sulla seconda regione più popolosa dello stivale. Se avesse perso la Campania stiamo certi che il risultato complessivo di queste faticose regionali avrebbe assunto una tinta ,marcatamente, più fosca per il boy scout da Firenze. Sia ben chiaro, in Campania, come in Puglia del resto, non vince il paradigma ruspante della rottamazione di marchio renziano, vince, invece, il solido e rassicurante usato sicuro di due vecchi e accorti amministratori di territorio, che sanno fare bene il proprio lavoro. Questo il dato strettamente politico, per quanto mi riguarda. Ma si sa, fare analisi sul risultato delle tornate elettorali e’,il più delle volte, come commentare una partita di calcio: il relativismo assoluto regna sovrano e tutti hanno ragione come tutti hanno torto.
Parliamo, invece, della legge Severino e riportiamo tutta la questione a monte. Consideriamo quindi la causa di tutto il male e non fossilizziamoci inutilmente sulle prevedibili e scontate conseguenze del pasticcio. Breve storia: fu concepita, inizialmente, da quel luminare di Alfano, ma giunse all’approvazione definitiva solo durante il governo Monti. Esigenza primaria della legge era quella di limitare i casi di corruzione nell’esercizio delle funzioni pubbliche a fronte degl’impietosi studi compiuti dall’UE in materia, sacrosanto, quindi, lo spirito primigenio della norma. Il nocciolo duro del testo prevede, in sintesi, tre tipi di provvedimenti : la sospensione, la decadenza e l’incandidabilità. Non possono essere candidati, o comunque ricoprire la carica di deputato e senatore, i condannati a più di due anni di reclusione per delitti non colposi, quindi compiuti intenzionalmente, per reati punibili con almeno quattro anni. Se la causa di incandidabilità sopraggiunge durante il mandato, la Camera di appartenenza del condannato deve votare la decadenza dalla carica di senatore o deputato. A livello locale sono incandidabili invece i condannati in via definitiva con una pena non inferiore a due anni, tuttavia per chi è già in carica basta una condanna non definitiva per essere sospesi fino a un massimo di 18 mesi. Ecco perché, tecnicamente, De Luca potrebbe candidarsi alle elezioni (non essendo stato ancora condannato in via definitiva), ma se eletto sarebbe immediatamente sospeso. Poi può fare riscorso al TAR e se vittorioso essere riabilitato… Che pastrocchio. Come negarlo, siamo il paese degl’irriducibili azzeccagarbugli di manzoniana memoria. E questo e’ un male, un grande male.
A fare definitivamente chiarezza, nell’infausto dibattito giuridico-politico, ci ha pensato, per fortuna, l’autorità anti-corruzione, guidata da Cantone, con un lineare e salvifico documento di cui i nostro inaffidabili legislatori dovrebbero fare tesoro. Il documento contiene 25 limpide proposte dirette al parlamento per rendere la Severino una legge rispettabile e coerentemente efficace, e non considerarla l’ennesima occasione persa, nel mare magnum della normativa italiana. Passerò, adesso, in rassegna i punti salienti del lavoro del Cantone.
Anzitutto serve un coordinamento tra le norme sull’inconferibilita’ degli incarichi e quelle su incandidabilita’ e sospensione. Vi è infatti una preoccupante incongruenza tra le ipotesi d’inconferibilita degli incarichi per condanna non definitiva e le ipotesi di sospensione dalla carica. Vedi ancora una volta il caso De Luca: sulla base della Severino il politico, condannato in primo grado, può tranquillamente candidarsi ma poi, se vincente, com’è effettivamente avvenuto, deve essere sospeso, come previsto ex lege. La ratio dei due provvedimenti e’ la medesima ma, come sottolinea l’ Anac, sono tra loro incongruenti. Altra non trascurabile criticità riguarda ancora quanto previsto dal d.legislativo 39/2013 e li d.legislativo 235/2012, entrambe attuativi della Severino. Il primo, infatti, distingue con esattezza i reati più e meno gravi, il secondo in due suoi articoli (8 e 9) per quanto concerne la sospensione da cariche regionali e locali non applica ne distinzioni in base alla fattispecie di reato commesso e alla pena inflitta: un abominio giuridico in questa sua parte. Anche qui l’Anac implora a gran voce il legislatore ad attuare una doverosa armonizzazione tra due i provvedimenti, incautamente incongrui.
I nodi al pettine non sono pochi e anzi sono profondi; lo stesso Cantone, con il suo fare distinto e garbatamente incisivo, rilevava alcune grossolane carenze a cui si deve mettere mano. “Forse- chiosava il magistrato qualche giorno fa ad un barboso convegno per addetti ai lavori- con la sentenza di primo grado non è opportuno intervenire con la sospensione e con l’abuso di ufficio si può fare una riflessione con una sentenza di condanna di primo grado”. Altra contraddizione kafkiana evidenziata dal commissario e’, poi, che vi sono seri problemi interpretativi che avvolgono l’intero testo, per cui, ad esempio, si deve sospendere un sindaco condannato per abuso d’ufficio, ma non per tentata concussione, perché hanno dimenticato d’inserire tale fattispecie… I soliti sbadati!
Ciò detto, l’elenco delle numerose criticità che viziano la legge ,dettagliatamente, appuntate dall’Anac non si fermano qua… queste potrebbero costituire terreno fertile per un nuovo pezzo.
Ecco, quindi, il risultato plastico d’una legge scritta in fretta e male, sull’ onda di un peloso e deformante giustizialismo di facciata, condizioni queste, certamente, pessime per legiferare con raziocino.
Nel paese del malaffare e degli opprimenti lacci e lacciuoli una seria e affidabile normativa in quest’ambito deve, si, essere severa ed intransigente  nelle pene comminate ma non può permettersi il lusso pernicioso di destare ulteriore confusione interpretativa e di limitare, ancor di più, l’operatività degli amministratori locali.

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